Sheep in the box di Kore’eda Hirokazu

Questo film sembra il termometro dell’inquietudine serpeggiante in merito al quesito ossessivo: può un robot sostituire in tutto e per tutto un umano?

Il regista giapponese, per introdurre questa tematica, prende a prestito una storia tratta da Il Piccolo Principe. Quella in cui il protagonista chiede al pilota di disegnargli una pecora. Ma nessun disegno riesce ad rappresentare la pecora che ha in mente. Alla fine il pilota disegna una scatola ed il piccolo principe finalmente è felice. Perché può immaginare che dentro ci sia qualsiasi pecora. Anche la sua. Il tema posto dal film è: se ti muore un figlio, puoi sostituirlo con un androide che gli somigli perfettamente? In apparenza sì – sembra rispondere il film – purché tu ricorra allo stratagemma della scatola, che ti permette di immaginare ciò che vuoi. Nel Giappone di un futuro molto prossimo, due genitori perdono il figlio di sette anni in maniera misteriosa. Non sanno se sia stato rapito o ammazzato. La coppia non riesce ad elaborare il lutto, complice anche il mancato ritrovamento del corpo, che continua ad alimentare in loro deboli speranze. Lentamente si allontano l’uno dall’altra alle prese, ciascuno, con i propri sensi di colpa. Entrambi non sono stati in grado di riaccompagnarlo a casa. Lei perché non è riuscita ad arginare la madre invadente che le è piombata in casa all’improvviso. Lui perché stava giocando a dama e se ne è dimenticato.

Per caso vengono a conoscenza di un programma chiamato REbirth che aiuta le coppie nella loro condizione, fornendo in prova un androide guidato dall’AI, con le fattezze e i ricordi del figlio morto. E decidono di provarlo. Lui più restio e lei più entusiasta. Perché non ce la fa proprio a lasciar andare Kakeru- questo è il nome del figlio – accontentandosi di coltivarne il ricordo. Le manca fisicamente. Le manca il suo odore. Ovviamente l’androide, che è un ottimo surrogato e proprio per questo ingannevole, non mangia, non può bagnarsi e trascorre la notte seduto su uno sgabello per ricaricarsi. Pian piano i due genitori gli si affezionano. Abbastanza consci che, negando la realtà, coltivano l’autosuggestione. Il che li tiene inchiodati al passato. Fin qui nulla di particolarmente originale. Ma è a questo punto che il regista sorprende lo spettatore con un inaspettato cambio di prospettiva. Si mette nei panni dei robot che vengono usati strumentalmente per colmare vuoti affettivi. Che decidono di ribellarsi, rivendicando la propria autonomia. Stufi di essere la copia di qualcun altro. Si sono umanizzati? Sono dei prototipi atipici, un po’ come Rachel, la replicante di Blade Runner?

Non è dato sapere. Sicuramente questo spiazzante punto di osservazione impone una riflessione ineludibile sul concetto di identità e sui fattori che contribuiscono a forgiarla.



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