30 Apr 30 notti con il mio ex di Guido Chiesa
Questa gradevole e agrodolce commedia mi ha suggerito qualche riflessione sul disturbo mentale. Ai primi del Cinquecento Erasmo da Rotterdam scrive “Elogio della follia”. Un classico immenso, in cui l’autore spiega che la follia è una forza che, come un grimaldello, ha il potere di scardinare la realtà corrotta. E che, valorizzando la soggettività, non si piega al conformismo. Erasmo ci ricorda che siamo in grado di sopportare la vita solo perché siamo un po’ matti. Lo constatano anche gli dei, che si sporgono dalle nubi dopo aver desinato, per assistere allo spettacolo della follia umana. Non è forse vero che le nostre risate al fondo sono amare, perché nascondono tutta la drammaticità dell’esistenza?
Seppur coevi, di tutt’altra opinione sono Sebastian Brant e Hieronymus Bosch. Il primo da scrittore, il secondo da pittore trattano il mito de “La nave dei folli”. In cui si narra che i folli venivano affidati ai battellieri, perché li facessero sparire dalla vista. In quanto imbarazzanti, inquietanti, ingombranti. Con il doppio simbolismo dell’acqua, che purifica dalle lordure e nel contempo conduce alla deriva in balia di se stessi. Tra queste due posizioni estreme, l’una che idealizza e l’altra che ghettizza la follia, si colloca la realtà in tutte le sue sfaccettature. Perché se è vero che è difficile uscire dalla malattia mentale, lo è altrettanto approcciarla. Al di là dei luoghi comuni. E non parlo solo di chi è vittima del pregiudizio, ma anche da chi è animato dalle migliori intenzioni. Perché la follia spaventa, coglie alla sprovvista, disarma, irrigidisce. Va avvicinata con cautela e rispetto. Nel rispetto di tutti. E poi, come suggerisce il regista, i matti sono strani, non scemi.
