06 Ott Campo di battaglia di Gianni Amelio
A circa un anno di distanza dalla disfatta di Caporetto avvenuta nel 1917, vengono precettati e mandati al fronte, per serrare i ranghi del regio esercito italiano in grave crisi, i Ragazzi del ’99. Diciottenni ignari, male equipaggiati, strappati alle campagne, per lo più analfabeti, che parlavano una babele di dialetti e non una sola parola di italiano. Curiosamente non venivano capiti dagli ufficiali di alto grado e dagli ufficiali medici. Ma tra loro si capivano perfettamente. Perché la disperazione si legge negli occhi. Non servono parole per spiegarla. Sentirsi carne da macello, infatti, era esperienza ampiamente condivisa. Come pure scegliere se farsi ammazzare dal nemico o dai propri ufficiali. Ai quali era stato ordinato dal generale Cadorna in persona, cui abbiamo intitolato piazze e vie, di sospingerli fuori dalle trincee con qualsiasi mezzo. Anche a colpi d’arma da fuoco, se necessario. Come se non bastassero a martoriarli, freddo, fame e spagnola, l’epidemia sconosciuta che li falcidiava come mosche. Inevitabilmente si è posto il problema di contrastare il fenomeno dilagante degli autolesionisti, soldati disposti a tutto pur di non tornare al fronte. Quale miglior soluzione di una punizione esemplare, come la pubblica fucilazione, sadicamente affidata a plotoni d’esecuzione composti da giovani che, per trovare il coraggio di sparare a dei coetanei, non potevano permettersi di incrociarne lo sguardo?
E che fare dei feriti gravi che affollano gli ospedali da campo, saturi dei loro lamenti? Rimetterli quanto prima in condizione di combattere per difendere con onore il patrio suolo o averne compassione e riformarli? Punire i codardi e premiare i valorosi o metterli tutti su uno stesso piano, sapendo che di giovani incolpevoli si tratta? Non c’è risposta all’insensatezza della guerra. Il regista sceglie quella del ’15-’18, che ha fatto milioni di morti e decimato un’intera generazione, come emblema tragico di tutte le guerre.
