04 Dic La vegetariana di Han Kang
Vincitrice del Nobel per la Letteratura, la giovane scrittrice sudcoreana Han Kang ha una scrittura essenziale, aspra e cruda da togliere il respiro. Nel suo romanzo “La vegetariana” narra di una giovane donna di nome Yeong hye, enigmatica, solitaria, indifferente, che vaga incerta nel mondo, autorizzando chi le sta intorno a decidere per lei. Come se non riuscisse a scrollarsi di dosso una sorta di apatia. Non parla mai di sé in prima persona. Il suo personaggio si delinea attraverso le distorsioni prodotte dallo sguardo altrui. In particolare del marito, del cognato e della sorella. Il marito, che è un uomo tanto insignificante quanto sgradevole, la sposa per convenienza. Non ne è innamorato e neanche gli piace come donna. Tuttavia apprezza il fatto che lo lasci libero di viversi la sua vita. Che si occupi della casa senza recriminare. Che gli cucini delle ottime zuppe e che soddisfi i doveri coniugali. E Yeong hye inspiegabilmente accetta tutto questo. Accade però che, in seguito ad un sogno orribilmente imbrattato di sangue, decida di diventare vegetariana. Ed ecco che improvvisamente il marito si accorge di lei. Perché non gli cucina più quelle zuppe così gustose a base di carne. Ovviamente si accorge di lei con grande disappunto e risentimento. Dall’episodio del sogno in avanti, il ritmo del racconto si fa serrato ed aumenta parallelamente la violenza verbale e non che Yeong hye è costretta a subire. Sotto forma di sarcasmo da parte dei colleghi del marito, che commentano in modo irrispettoso le sue scelte alimentari. Come se lei non fosse seduta a tavola con loro. Sotto forma di violenza fisica da parte del padre tirannico che, dopo averla brutalmente schiaffeggiata, cerca di spalancarle la bocca per infilarle dentro a forza un pezzo di carne. È sottilmente violento anche il tono lamentoso e ricattatorio della madre. Che le rinfaccia i dispiaceri che le procura, a causa dei quali morirà di crepacuore. Yeong hye, impassibile, sceglie di lasciarsi morire. Gli unici momenti in cui dimostra una straordinaria quanto insospettata vitalità, che ci fanno presumere che sia tutt’altro che morta dentro, sono quelli in cui si ribella, contorcendosi violentemente, ai ricoveri coatti in psichiatria; al sondino naso gastrico dell’alimentazione forzata, o quando sputa rabbiosamente la carne che il padre ha tentato di ficcarle in bocca a forza. Ciò che sconvolge è che tra i vari personaggi del racconto e Yeong hye non esista un barlume di relazione. Nessuno che le chieda come sta, cosa desideri, cosa possa fare per lei. Che senso abbia avuto per lei quel terribile sogno. Nessuno che cerchi di capire qualcosa delle sue scelte radicali. Del perché voglia trasformarsi in un vegetale. Tutti però presumono di sapere quale sia il suo bene. Solo il cognato, un artista emergente, sembra essere segretamente attratto da lei. Yeong hye diventa la sua musa ispiratrice. Dopo un febbrile lavorio mentale, le propone di fargli da modella in un’opera d’arte vivente, che dovrebbe rappresentare il suo riscatto artistico. Lei accetta con naturalezza di farsi dipingere il corpo di motivi floreali e di mimare un amplesso, sentendosi perfettamente a proprio agio. La sorella di Yeong hye li scopre e decide drasticamente di farli ricoverare in un ospedale psichiatrico, perché è evidente (per chi?) che entrambi siano mentalmente disturbati. Trovo sia un gesto di una violenza inaudita, ma forse prevedibile da parte di una persona eternamente rassegnata e infelice.
Rimane aperta una domanda, la cui risposta Han Kang lascia ai lettori: che fare quando una persona cara decide di lasciarsi morire?
