Le cose non dette di Gabriele Muccino

In questo film il regista getta uno sguardo impietoso sui Millenials, i quarantenni di oggi, che ritiene incapaci di una postura adulta. Come Carlo ed Elisa. Rispettivamente un cattedratico di Filosofia morale nonché scrittore a corto di ispirazione e una giornalista di grido. Che un tempo erano una coppia felice: si sono scelti e si sono molto amati. Poi la ricerca spasmodica di un figlio che non è arrivato ha incrinato il loro rapporto e un po’ alla volta li ha allontanati. In questo mood Carlo viene letteralmente folgorato da Blu, una sua studentessa sfacciatamente bella, spregiudicata e intraprendente. Lusingato dalle attenzioni di una donna tanto più giovane di lui, dà inizio ad una storia clandestina ad alta intensità, promettendo l’impromettibile. Nel frattempo Elisa, troppo concentrata su se stessa per cogliere segnali di allarme, si applica tenacemente per rivitalizzare il loro rapporto. In parallelo ci viene presentata un’altra coppia: Paolo e Anna. Amici storici di Carlo in piena crisi coniugale, con una figlia tredicenne, Vittoria. I due non sono d’accordo su nulla, men che meno sull’educazione della figlia. Che Anna, insofferente e collerica, soffoca di attenzioni, ostinandosi a considerarla una bambina, mentre è un’adolescente sveglia e scaltra. Paolo, insoddisfatto del matrimonio, per quieto vivere e per vigliaccheria si defila, dedicandosi anima e corpo al locale che ha da poco inaugurato. Poiché tutti hanno bisogno di leggerezza, Elisa propone una vacanza insieme a Tangeri, da sempre luogo pieno di fascino e mistero. Ma l’arrivo inaspettato di Blu crea grande scompiglio e a cascata un epilogo tragico e grottesco. Infatti Vittoria, che ha una cotta per Carlo, vede in Blu una rivale da togliere di mezzo. Carlo è l’unico che l’ascolta, che le parla da adulta suggerendole di prendersi tutto dalla vita. Blu e Vittoria, che in prima battuta appaiono ciniche ed egoiste, in realtà sono vittime di un mondo adulto fortemente immaturo, autocentrato, del tutto incapace di prendersi cura di chi sta crescendo. Che non riesce a pesare le parole. Che non sa riflettere sulle conseguenze delle proprie azioni, perché non ha dimestichezza col concetto di responsabilità. E cosa ancora più grave, che non aiuta a simbolizzare. Cioè a dare un nome e a rendere pensabili, senza agirle, le sensazioni violente e indistinte di malessere. Limitandosi a coprirle fornendo un alibi. Un vero sfacelo.



Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Chiudendo questo banner acconsenti all’uso dei cookies. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi