Rental Family di Hikari, pseudonimo di Mitsuyo Miyazaki

Si possono vendere le emozioni? – si chiede provocatoriamente la regista giapponese. Questa domanda la dice lunga, considerando che in Giappone le emozioni non devono essere mostrate. Che c’è una tendenza pericolosa all’isolamento da parte di molti giovani. E che è una società spiccatamente individualista. Ciò non implica che i giapponesi siano persone anaffettive. Non solo. Coltivano una spiritualità molto vicina al nostro panteismo. A Tokyo – narra il film – ci sono delle realtà denominate “rental family” ovvero agenzie che vendono emozioni, per contrastare la solitudine di chi una famiglia vera non ce l’ha. Sapendo che talvolta è sufficiente uno sguardo, una parola, un gesto per ricordarci che esistiamo. A tal proposito ricordo che la psicoterapia da quelle parti non gode di buona fama e questo accentua il senso di solitudine delle persone. Così accade che un cliente desideri inscenare il proprio funerale per gustare l’orazione funebre e la certezza che almeno in quel momento c’è qualcuno che lo piange. Oppure un vecchio regista che sta perdendo la memoria, desideri un compagno di evasione per tornare ai luoghi della gioventù ed abbracciare un’ultima volta la foto di un antico amore. Un giovane uomo desideri la compagnia di qualcuno da sfidare ai videogiochi, con cui frequentare locali notturni. La mamma di Mia, una bambina dolce e intelligente, necessiti di un marito temporaneo per iscrivere sua figlia in un prestigioso collegio. Una sposa richieda un finto marito per celebrare un matrimonio tradizionale, per poi vivere con la donna che ama davvero. O un’amante fittizia sia disposta a farsi schiaffeggiare da una moglie tradita. L’ingranaggio, apparentemente ben oliato, si inceppa perché le emozioni non si vendono né si gestiscono, come frequentemente si sente dire. Semplicemente si vivono. Lo sperimenta Philip, attore americano in declino, intristito dalla solitudine. Che osserva con nostalgia le vite degli altri attraverso le finestre illuminate delle loro abitazioni. E che, recitando i ruoli che gli vengono assegnati di volta in volta dalla rental family, entra inevitabilmente nelle vite delle persone. Empatizza, si affeziona, si commuove. Contravvenendo al mandato di non farsi coinvolgere. Semplicemente perché non è possibile. La sua vita ne esce enormemente arricchita. E anche quella dell’agenzia!

Rental Family è un film garbato, che lascia ben sperare. Soprattutto di questi tempi bui…



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