13 Apr Lo straniero di François Ozon
Chi è lo straniero? – sembra chiedersi il regista. E prima di lui lo scrittore Albert Camus, del cui libro il film è una trasposizione cinematografica. Non la prima, peraltro. La tematica dello straniero, di estrema attualità, solleva una questione da sempre presente nelle varie culture. Perché lo straniero non è solo chi viene da fuori ma, per estensione, anche chi mostra delle stranezze. Chi è diverso per stile e scelte di vita. Chi si sente estraneo e indifferente al mondo e viene vissuto come qualcuno che può produrre una crepa nella coesione sociale. Ora se difendersi dall’ignoto è una reazione umana istintiva, il come farlo sta nelle nostre mani. Come narra bene il film ambientato nell’Algeri degli anni trenta. In cui il protagonista, un giovane francese di bell’aspetto, ha un impiego modesto, che svolge in modo irreprensibile, senza ambizione alcuna. Vive in una casa dignitosa, dove il lavandino serve sia per farsi la barba che per sciacquare le stoviglie. Non piange al funerale della madre e si meraviglia che lo facciano gli ospiti dell’ospizio in cui viveva. Va al mare e al cinema il giorno dopo il suo funerale, con una ragazza da cui è attratto fisicamente e alla quale non sa dire “ti amo”. Frequenta occasionalmente un tipo losco, suo vicino di casa, cui mostra lealtà, difendendolo da un arabo armato di coltello. Arabo che poi ammazzerà con cinque colpi di pistola, perché abbagliato dal sole. Dunque più per caso che per premeditazione. Al giudice che lo interroga durante il processo dice di non essere pentito ma annoiato. Si tratta di una persona con tratti schizoidi? Forse. Le sue “stranezze” tuttavia non possono essere usate per farne un mostro. E invece accade, perché si considera mostruoso tutto ciò che sfugge alle convenzioni sociali.
Un’ultima riflessione riguarda il senso dell’assurdo che permea le nostre esistenze. Siamo a caccia di spiegazioni che giustifichino i comportamenti umani, per scoprire che non sempre esistono.
