Violenza e crimine

Indagando i fenomeni criminali da una prospettiva sociologica, la prima questione spinosa da affrontare è quella di definire il concetto di criminalità. Va da sé che, in base alla definizione adottata, varia il modo di misurare il fenomeno e di classificarlo. Supponendo di collocare idealmente lungo un continuum il concetto di criminalità, ad un estremo ne troviamo la definizione “giuridica”. Si tratta di una definizione formale, lontana da giudizi morali. Che considera “reato” un atto proibito e punito dalla legge e “criminale” chi lo commette. Questione di non poco conto. Si pensi ad esempio ai molti illeciti commessi dalle imprese. Illeciti che, pur essendo socialmente dannosi, per il solo fatto di non prevedere una pena ma una semplice sanzione civile o amministrativa, non sono considerati reati. Altra conseguenza è che si è criminali perché si è commesso un reato e non viceversa. Giuridicamente parlando quindi il criminale non è un individuo immorale o pericoloso ma un semplice trasgressore della legge. All’estremo opposto del continuum troviamo la definizione “universalistica”, di sapore decisamente morale. Che ritiene il crimine un’offesa profonda alla coscienza morale collettiva, in quanto lesiva dei valori di base condivisi e dei fondamenti dell’ordine sociale. Dunque il criminale deve essere punito perché arreca un danno morale e sociale. Ma la dimensione universalistica non si limita al danno sociale e morale. Presuppone anche l’aspetto dell’atemporalità. Secondo Durkheim infatti il crimine è un fatto sociale integrante e ineliminabile di ogni società, in ogni periodo storico. Ogni società che si sia dotata di un codice penale e di un sistema di giustizia penale, per il solo fatto di esistere, è fonte di criminalità, poiché scatena comportamenti che violano quel sistema di regole e punizioni. D’altronde è impossibile concepire una società in cui tutti si conformino a una coscienza collettiva comune. In quest’ottica il reato è visto come espressione della differenziazione sociale, sua logica e inevitabile conseguenza. Con una duplice funzione. Perché, se da un lato punire un reato significa rinsaldare la coscienza collettiva, dall’altro trasgredire l’ordine morale condiviso spesso costringe a modificare gli orientamenti normativi, favorendo i mutamenti sociali. Come ad esempio è accaduto per l’obiezione di coscienza al servizio militare dal secondo dopoguerra in avanti. A metà strada tra la definizione giuridica e quella universalistica, si colloca la definizione di criminalità come costruzione sociale, che si caratterizza come relativistica e interattiva. Quest’ultima prospettiva, poiché risponde alla logica della complessità, sembra in grado di cogliere più delle altre le diverse sfaccettature del fenomeno criminale. In buona sostanza ribalta l’approccio universalistico. Così che la criminalità non è più vista come un fenomeno sociale oggettivo, dato e immodificabile. Presente in qualsiasi epoca e contesto storico. Ma come una categoria mutevole a seconda delle epoche, della cultura, della situazione, dello status del criminale e della vittima. Diventa una costruzione sociale, perché alla sua definizione concorrono contestualmente tutti questi fattori. Dunque assume le caratteristiche di un processo più che di uno status. E porta ad escludere che la gravità di un reato sia semplicemente una sua proprietà intrinseca. Alcuni esempi per chiarire. Nei rapporti tra diritto penale e società, cambia se due fanno l’amore in un parco pubblico piuttosto che a casa loro. Se si uccide in tempo di pace o in tempo di guerra. Se la vittima è un personaggio importante oppure no. Se abita nel nostro quartiere o a mille miglia da noi. Se è una donna, un bambino o un anziano. Oppure un extracomunitario o un delinquente. Se una donna subisce violenza sessuale mentre va a trovare l’anziana madre malata piuttosto che di notte in discoteca, con indosso abiti provocanti. Il sospetto che se la sia andata a cercare è dietro l’angolo. Stessa sorte capita a chi è vittima di un investitore finanziario truffaldino. A chi acquista cibo di bassa qualità. Che dire poi di certi periodi storici in cui la vendetta di sangue era accettata come modo per garantire l’ordine sociale. Del fatto che alcune culture considerano la mutilazione dei genitali femminili una pratica religiosa e rituale, mentre altre una tragica violazione dei diritti umani. Diversa è anche la tolleranza verso l’aborto, il consumo di droghe leggere ecc.. Nell’ottica costruzionista, gli attori sociali su cui si appunta il focus dell’analisi non sono solo i criminali. Ma anche le agenzie di controllo come polizia, magistratura ecc.. che hanno il compito di prevenire, reprimere la criminalità ma soprattutto di etichettare un comportamento come illecito o deviante. Ė l’etichettamento che fa scattare l’applicazione selettiva del diritto penale. Qui si tocca un punto nevralgico, che ha a che fare con la dimensione del potere. Ovvero, come mai in un certo periodo storico e in un certo luogo alcuni fenomeni sociali vengono definiti reati e in altri periodi e/o luoghi no? Chi ha la capacità di spostare il confine mobile che delimita ciò che è legale da ciò che non lo è? Il diritto penale è l’indicatore di una morale collettiva condivisa o uno strumento di dominio attraverso cui i gruppi dominanti difendono i propri spazi di potere ed esercitano il loro dominio su quelli dominati? La dimensione del potere porta alla luce tutto un sottobosco di comportamenti che, pur producendo danni spesso ingenti, vengono in qualche misura decriminalizzati. O perché non sono tecnicamente definibili come reati o perché non sono percepiti come tali o perché chi li commette gode di un particolare grado di impunità. Si tratta per esempio dei cosiddetti reati dei colletti bianchi. Ovvero della violazione sistematica di alcuni diritti fondamentali di un lavoratore, perpetrata tra le mura di un ufficio. La dimensione del potere consente di affermare che l’azione criminosa resa visibile e rubricata come reato non è che una parte della più ampia violenza che ha origine nelle disuguaglianze sociali e nei rapporti di potere. Per questo alcuni criminologi hanno coniato il termine “zemiologia” = studio del danno, per indicare un settore di indagine interdisciplinare che studia il danno sociale in senso lato. La criminologia diventa una branca della zemiologia. Questo approccio ha il pregio di relativizzare, ad esempio, le campagne di allarme sociale secondo cui le vite dei cittadini sarebbero minacciate esclusivamente dalla violenza urbana, dall’immigrazione ecc.., distogliendo l’attenzione dalla sistematica violazione dei diritti umani.

Da quanto detto finora emerge un altro dato di grande rilevanza per le possibili derive. Si tratta della percezione sociale del crimine. Dal tipo di percezione deriva una reazione sociale più o meno severa. E dalla severità della reazione sociale dipende la definizione di gravità del crimine. In ogni contesto sociale è difficile che esista un consenso unanime su quali siano i comportamenti da punire penalmente o comunque sanzionare socialmente. Alcuni comportamenti, quelli con forte impatto sociale come il terrorismo, la violenza sessuale, la violenza della criminalità organizzata, suscitano indignazione generale. Altri, come il gioco d’azzardo, la prostituzione, l’utilizzo di droghe, sono considerati socialmente poco dannosi, tanto da essere definiti “reati senza vittime”. Anche se producono danni significativi sia per chi li pratica sia per chi ne subisce le conseguenze. Altri ancora, come i crimini dei colletti bianchi e di impresa, pur producendo danni seri, nella percezione pubblica sono considerati poco dannosi. Suscitano confusione, indifferenza, apatia, conflitti interpretativi. Questo scenario ha indotto alcuni autori a parlare di “piramide del crimine”. Alla base della piramide trovano posto quei crimini molto frequenti che, pur producendo danni seri, sono percepiti socialmente come poco dannosi. Al vertice della piramide, invece, sono collocati i reati più gravi, sui quali è condivisa l’attribuzione di pericolosità e gravità. E sono i meno numerosi. A complicare il tutto interviene un ulteriore fattore che è la visibilità del crimine. Alcuni reati sono immediatamente visibili. Molti di quelli predatori ad esempio si svolgono in istrada. Altri sono per loro natura più nascosti. Vengono praticati all’interno di un’abitazione o di un ufficio. Inoltre la visibilità dei reati pubblici spesso viene ingigantita da campagne di allarme sociale. Mentre molti reati privati vengono nascosti o peggio ancora negati. Tanto che alcuni autori preferiscono parlare di “prisma del crimine” piuttosto che di piramide. Le due piramidi contrapposte del prisma corrisponderebbero una alla faccia visibile e l’altra alla faccia invisibile del crimine.

Ritornando alla questione dell’etichettamento, un altro spunto di riflessione deriva dal concetto di devianza secondaria. L’interiorizzazione dell’etichetta di criminale, secondo alcuni criminologi, porta alla devianza secondaria cioè alla carriera criminale vera e propria. Non basta aver violato per una volta una norma per essere definiti criminali. La criminalità appare più come il frutto della continua interazione tra l’istituzione che controlla e stigmatizza il criminale e il criminale che, interiorizzando il ruolo, si sentirà sempre più escluso ed emarginato fino a scivolare via via nelle subculture devianti.

Fino agli anni 70 le vittime di un crimine erano generalmente assenti dalla ricerca sociologica. I cascami di una certa ideologia radicale e marxista stemperavano la responsabilità individuale del criminale in una più ampia responsabilità collettiva. Il delinquente veniva visto come vittima della società, della povertà ecc.. Dagli anni 80 in avanti, la crescita degli studi quantitativi sul crimine, la diffusione di modelli alternativi di punizione o esecuzione della pena, il ruolo dei movimenti femministi hanno consentito di ridare visibilità alla vittima, sottolineando la responsabilità individuale della propria esistenza e del proprio destino sia della vittima che del deviante. Bauman in particolare si distingue per questo approccio che, in continuità con il concetto di crimine come costruzione sociale, colloca tra gli attori della costruzione sociale anche gli individui con la loro quota di responsabilità.

Caliamoci ora nel mondo del crimine e in particolare in quello dei serial killer.

I delitti sono un male. Uno dei tanti modi di fare male. Abbiamo visto che si fa male anche senza compiere reati. Nella stragrande maggioranza dei casi gli uomini posseggono la consapevolezza di ciò che è bene e ciò che è male. Lo hanno appreso in vari modi. Con la ragione, dai genitori, a scuola, dalla religione, ecc.. Scegliere il male non vuole necessariamente dire essere indifferenti alla morale e alla coscienza. Molti si logorano nel rimorso per il male compiuto. Molti altri ne vanno fieri. Il problema del male è vecchio come l’umanità. Teologi, pensatori, filosofi da sempre si sono arrovellati il cervello sul perché nel mondo esista il male. A noi conviene assumere un atteggiamento empirico ovvero accettare l’evidenza che dentro ciascuno di noi alberghi un po’ di bene e un po’ di male variamente miscelati. È risaputo che la componente aggressiva può essere pensata come una forza vitale. Certamente se non la orientiamo in senso creativo e costruttivo, si traduce in distruttività. Il male esercita un fascino tremendo, che è subito anche da chi non lo commette. Ogni volta che un serial killer diviene famoso, agli occhi di alcuni appare un eroe. Un eroe negativo, ma pur sempre un eroe. I suoi fan gli scrivono lettere, le ragazze gli inviano messaggi d’amore e proposte di matrimonio. Se è pur vero che non esiste una netta linea di demarcazione tra buoni e cattivi, è altrettanto vero che la visione romantica della delinquenza popolata di soli poveracci, fragili, eterni sconfitti, ingiustamente vittime di una società iniqua è ampiamente superata. Certo c’è anche la delinquenza dei falliti, ma è solo una parte.

Chi sono i serial killer. Sono individui che compiono più volte delitti efferati per sesso o facendo sesso. Nel serial killer si realizza la perversa associazione tra sesso e morte. Un nome nuovo per designare un fenomeno antichissimo. Ce lo testimoniano i vecchi trattati di medicina legale, oltre che vecchie documentazioni assolutamente attendibili di processi. Da Gilles de Rais, compagno d’armi di Giovanna d’Arco, allo “strangolatore di Londra”, al “mostro di Dusseldorf”. Del resto nei miti dei nostri tempi, le favole popolari, vedi Lo Cunto de li Cunti di Giambattista Basile, piuttosto che Hansel e Gretel dei fratelli Grimm, è presente un personaggio ricorrente, l’Orco. Che uccide per il piacere di uccidere. Che si ciba di uomini e bambini. E nelle cui grinfie finisce sempre un’innocente fanciulla. Il sesso non appare esplicitamente, ma è sottinteso. Ancora più lontano nel tempo, la mitologia greca ci parla di un mostro mezzo uomo e mezzo toro, il Minotauro, che si cibava periodicamente di sette fanciulle e sette fanciulli offertigli in sacrificio. Questo mito sembra ben rappresentare la traccia di una realtà sedimentata nell’inconscio collettivo.

Quando sulle pagine dei giornali vengono raccontati i terribili misfatti di un serial killer, questi viene spesso definito “mostro”. Certo si tratta di un individuo estremamente più sadico e sanguinario di altri. Ma non appartiene ad una razza a sé. Non è dis-umano. In ogni persona, persino nella più perversa, non esistono solo violenza e brutalità. Ma anche qualcosa di segno inverso, a testimonianza della sua ambivalenza e contraddittorietà. Raramente i serial killer sono individui con patologie psichiatriche severe. Per lo più si tratta di individui normali che compiono azioni che normali non sono. Tuttavia attribuire orrendi delitti al gesto di un folle ha una funzione estremamente rassicurante. Se alla luce del senso comune essi risultano inspiegabili, pensarli come frutto della follia del loro autore li rende più comprensibili. La follia esula dall’umano e tranquillizza i cosiddetti sani di mente dal pericolo di albergare mostri dentro di sé.

Il mutamento nella percezione della follia avvenuto negli ultimi trent’anni se da un lato ha restituito al malato di mente la dignità di persona, dall’altro ha comportato il rifiuto di una generalizzata presunzione della sua irresponsabilità e pericolosità. Oggi non lo si ritiene più incapace per definizione. Ma in molti casi in grado di capire e scegliere. Certo bisogna saper discriminare da caso a caso. A questo servono i periti forensi, il cui compito è ingrato. Perché è vero che la legge prevede per convenzione che non sono imputabili persone affette da infermità mentali inequivocabili, mentre lo sono e senza riduzione di pena quelle affette da anomalie, come i disturbi di personalità e della condotta. E i serial killer rientrerebbero in questo secondo gruppo. Rimane però il dubbio che nello stato mentale in cui hanno commesso il delitto fossero veramente liberi di scegliere e dunque responsabili. Il dubbio rimane. Neanche il perito può scioglierlo completamente. Questo spiega le divergenze d’opinione. E allora qual è il suo compito? Illustrare con buona approssimazione la personalità dell’omicida. Ricostruire a grandi linee i percorsi psichici che lo hanno indotto a delinquere. Intuirne le problematiche interiori, tra cui inevitabilmente quelle sessuali. È un compito tutto giocato sul descrivere, denominare, comprendere. L’ultima parola spetta ai giudici. Il loro giudizio non è una valutazione solo psichiatrica o solo giuridica, ma anche morale.

Ricercare le cause della criminalità per l’uomo ha un senso. Come hanno senso tutti gli altri interrogativi sull’esistenza. Vuoi perché il nostro intelletto sembra fisiologicamente predisposto a concepire tutto ciò che accade nei termini di una relazione causa-effetto. Vuoi perché trovare una spiegazione è rassicurante. La caccia alle cause comincia nell’800 con Cesare Lombroso, padre dell’Antropologia criminale. Egli distinse i “delinquenti nati”, cioè quegli individui che pensava presentassero fin dalla nascita ataviche alterazioni organiche del cervello e quindi fossero in qualche misura predestinati al delitto, dai “delinquenti occasionali”, per i quali erano le circostanze ambientali e sociali la causa della loro condotta criminosa. Questa visione deterministica del delinquere è sopravvissuta a lungo. Come è sopravvissuta fino a noi l’idea lombrosiana che i delinquenti siano degli individui particolari da un punto di vista fisico o psichico. Una razza a sé. In realtà ciò che li caratterizza è il fatto che in una certa circostanza della vita ovvero nel corso dell’intera esistenza hanno compiuto delle azioni che la legge definisce delitti. Potenzialmente chiunque può commettere dei reati. Il commetterli è solo una delle tante possibilità che sono offerte all’uomo. Uno dei possibili modi di comportarsi. Solo che è proibito. Non va poi dimenticato che non esistono delitti contro la natura, ma solo contro la cultura. Ovvero il delitto è tale solo per definizione e convenzione. Ciò che è lecito in un certo momento storico e in un certo luogo, può non esserlo in un altro. Oggi si è portati a pensare che non esista un qualcosa che possa chiamarsi causa della criminalità. Cioè una spiegazione necessaria e sufficiente. L’uomo, contrariamente a quanto avviene nel mondo della natura, ha quella prerogativa tutta sua che si chiama libertà. Sartre diceva: “ L’uomo è condannato ad essere libero”. Siamo condannati a scegliere. Siamo buttati nel mondo non per nostra scelta, ma in compenso siamo responsabili di tutto ciò che facciamo. I serial killer come ogni altro individuo sono dotati di un’identità personale, che è quel sentirsi persona con caratteristiche uniche e irripetibili. Le vicende di vita ci plasmano e ci condizionano. Ci fanno acquisire idee, modi di sentire, valori legati all’ambiente familiare e sociale in cui ci troviamo a crescere, al luogo in cui nasciamo, al momento storico in cui ci capita di vivere. Ma le influenze e i condizionamenti agiscono entro certi limiti. Non sono mai totali. Ci sono delle diversità individuali nel rispondere alle sollecitazioni esterne. Ci sono diversità nel patrimonio genetico. Ci sono diversità nei circuiti neuronali di ciascuno e nello stesso individuo in momenti diversi della sua vita. Questa diversità nel rispondere e reagire ci impedisce di appellarci al principio di causalità lineare per spiegare e prevedere la condotta umana.

BIBLIOGRAFIA
Gianluigi Ponti, Ugo Fornari, Il fascino del male, Cortina Raffaello Editore, 1995
Odillo Vidoni Guidoni, La criminalità, Carocci Editore, 2004
Marinella Cozzolino, Delitti familiari, Armando Editore, 2006



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