Cronaca di una morte annunciata

La magistratura, ha riaperto il caso Pantani a dieci esatti anni dalla sua scomparsa. Qui di seguito, alcune mie riflessioni a caldo, nei giorni successivi alla sua morte. Personalmente le trovo ancora di grande attualità, visto quanto sembra emergere dalle indagini…
La vicenda umana di Pantani, conclusasi tragicamente qualche mese fa, mi ha scatenato dentro un misto di rabbia, pietà, tristezza per un uomo che, dietro alla grinta con cui affrontava le salite impervie di montagna, probabilmente nascondeva una grande fragilità. E questo me lo fa sentire umanamente vicino. Forse per quel suo mostrarsi alla gente per come era, senza recitare il ruolo del campione. Tristemente, la sua morte non mi ha colta di sorpresa. Dopo le vicende giudiziarie che lo hanno coinvolto e travolto cinque anni fa, è iniziata per lui una caduta libera, interrotta solo occasionalmente da qualche sparuto e poco convinto tentativo di risalire la china. Mi è difficile accettare questa morte avvenuta a soli trentaquattro anni, in una stanza qualsiasi di un residence anonimo, dopo aver ingurgitato una mistura mortifera di ansiolitici, psicofarmaci e forse anche cocaina. Da un punto di vista umano, poco importa se si è trattato o meno di suicidio. Leggo in questo gesto estremo la disperazione di un uomo che non ha più nulla da perdere. Lungi da me fare l’apologia del doping. Credo infatti nella libertà di scelta e nella responsabilità individuale. Però è anche vero che ci muoviamo all’interno di un sistema che possiamo certamente influenzare, ma da cui siamo inevitabilmente influenzati.
Come è di rito, si è scatenato un vero e proprio sciacallaggio giornalistico prodigo di diagnosi da quattro soldi e privo di quel silenzio se non rispettoso, quanto meno pietoso. Sui vari quotidiani le banalità si sono sprecate. C’è chi ha sentenziato che Pantani, dopo aver raggiunto l’apice del successo, mal si è adattato a vestire i panni dell’uomo qualunque. Che vivere da campioni ha costi elevatissimi, come rinunciare alle amicizie. Che anche coloro che gli si dichiaravano amici lo hanno di fatto abbandonato. Tutti questi Soloni, che nel Giugno del ’99 non gli hanno lesinato sentenze lapidarie come: l’astro di Pantani è definitivamente tramontato mentre faticosamente tentava di risalire la china, non prendono neanche in considerazione l’ipotesi che sia stato proprio lui ad isolarsi. Forse perché troppo sofferente. La realtà non è mai banale come la vorrebbe qualcuno.
La fine di Pantani inizialmente ha fatto molto discutere. Se ne parlava nei bar, nei negozi, a scuola, tra amici. Pochi erano dalla sua parte. Si sprecavano commenti del tipo: Se fosse stato un vero uomo, avrebbe accettato i quindici giorni di sospensione dalle gare, tanto poi la gente avrebbe dimenticato e tutto sarebbe tornato come prima. Invece si è comportato in modo dissennato ed arrogante: cocaina, risse, incidenti d’auto. Mi sono molto interrogata sul perché non si sia mai rassegnato alla squalifica. Verosimilmente piegarsi al doping deve averlo umiliato tre volte. Ha significato ammettere a se stesso la propria debolezza, la disonestà verso chi credeva in lui e il discredito verso il ciclismo, che da sempre è ritenuto l’emblema dell’impegno e del sacrificio. La vulgata vuole che agli esordi venisse praticato da gente semplice, con degli ideali, “pulita”. Su questo punto nutro qualche dubbio, stanti i mezzi inadeguati dell’epoca.
Voglio trovare un senso a questa morte, ammesso che ne abbia uno. Mi accontenterei che non cadesse nell’oblio come tante altre simili, ma che ci aiutasse a fare qualche riflessione sul significato attuale dello sport. Che vuole tutto, subito e a qualsiasi costo. Anche l’impossibile. Che non può fermarsi a riflettere su se stesso, perché vittima degli ingenti interessi economici che muove. Se dello sport rimane solo il simulacro, il doping ne risulta la logica e inevitabile conseguenza.
La vicenda Pantani trasuda moralismo ed ipocrisia. Mi rimane la sgradevole sensazione che il ciclismo, dovendo rifarsi una verginità perché variamente compromesso, abbia scelto uno sportivo all’apice del successo, beniamino di molti, per infliggergli una punizione esemplare, che fosse di monito a tutti. Atteggiamento profondamente ipocrita perché è risaputo, anche se sottaciuto, che sono tanti i ciclisti che fanno uso di sostanze dopanti. Èindubbio che così mortificano lo sport. Però, se gli organi competenti stabiliscono che i controlli antidoping devono essere effettuati, che almeno siano rigorosi e sistematici. Non solo a campione, una tantum, quando qualcuno decide che è giunta l’ora di dare un segnale forte. Questa soluzione è parziale, perché non fa leva sul senso di responsabilità del singolo atleta, né lo promuove. Come anche appellarsi al buon tempo andato, quando chi praticava uno sport ne difendeva i valori. Ma ho il forte sospetto che il punto di non ritorno lo abbiamo superato da quel dì.
Ci sarebbe poi molto da dire anche sulle metodiche impiegate per rilevare la presenza di sostanze dopanti nel sangue. Poco oggettive e molto sensibili alle variazioni individuali. Passi per i liquidi introdotti, ma come si può stabilire in maniera rigorosa la quantità di quelli eliminati attraverso la sudorazione, la traspirazione, le urine, le feci? Non è un problema di poco conto, visto che la maggiore o minore diluizione del sangue si ripercuote inevitabilmente sulla concentrazione delle sostanze incriminate.



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