16 Dic Bambini in sovrappeso e obesi. Quale il ruolo dello psicologo dello sport nel facilitarne l’avvicinamento alla pratica sportiva.
DEFINIZIONE DI OBESITÀ
L’obesità è un eccesso di peso corporeo a causa di un eccesso di massa grassa. Non è solo un problema estetico. Fa ammalare e talvolta può uccidere. Ha elevati costi psicologici oltre che sociali. I bambini obesi hanno una lunga esperienza di derisione alle spalle. Più spesso nel gruppo dei coetanei, ma talvolta anche in famiglia. Da studi sociologici emerge che vengono considerati pigri, poco puliti, lenti di pensiero, poco carismatici, bugiardi, vigliacchi. Lo stigma sociale si ripercuote inevitabilmente sull’autostima. E nel tempo può sfociare in condotte di evitamento sino alla fobia sociale o in comportamenti compulsivi, quali lunghe e penose autoosservazioni allo specchio.
PREGIUDIZI DIFFUSI SULL’OBESITÀ: COLPA O MALATTIA?
Se l’obesità è vista come una colpa, viene spiegata come la logica conseguenza dell’indolenza, della mancanza di volontà, di autodisciplina e di un certo rallentamento del pensiero oppure, se viene considerata una malattia, si pensa che l’individuo obeso non sia in grado di prendersi cura di sé, perché malato. Così scatta immediatamente la deresponsabilizzazione, l’effetto delega, che è un potente autoinganno, soprattutto nel caso di adolescenti, in cui è fisiologico che gli adulti se ne prendano cura.
QUALCHE DATO EPIDEMIOLOGICO
L’obesità infantile, a livello mondiale, sta assumendo proporzioni allarmanti. In Italia interessa il 10-15% della popolazione in età evolutiva. Più che negli Stati Uniti. È un dato inquietante se si pensa che i primi 5 anni di vita sono decisivi per il rischio di obesità. Da studi effettuati, la metà dei bambini sovrappeso a 5 anni lo sarà anche in età adulta. Lo stesso capita a 2 adolescenti sovrappeso su 3. Vi è stato un aumento drammatico della frequenza del fenomeno dal 1980 al 2000. L’obesità esogena, causata da un eccesso di calorie introdotte con l’alimentazione rispetto a quelle consumate con l’attività fisica e non da disturbi metabolici o ormonali, rappresenta il 90% dei casi.
FATTORI DI RISCHIO
L’obesità in età evolutiva è un fenomeno complesso e multifattoriale. Sono chiamati in causa:
fattori ereditari, che incidono per il 30%
fattori ambientali, cioè stili di vita; abitudini alimentari; sensibilità ai messaggi mediatici
fattori psicologici ovvero stili educativi, che rimandano al rapporto genitori-figli; difficoltà personali dei genitori, pregresse o in atto; modalità genitoriali di affrontare le difficoltà della vita.
MESSAGGI MEDIATICI
I giovani sono bombardati da messaggi mediatici paradossali. Che da un lato li invitano a mangiare e a bere sempre di più. Dall’altro, prescrivono loro di dimagrire sempre di più, in perfetto accordo con i canoni estetici attuali, secondo cui “magro è bello”.
A PROPOSITO DI STILI EDUCATIVI …
La famiglia tipica della cosiddetta società del benessere sembra essere orientata verso modelli di relazione iperprotettivi e permissivi, che non consentono il graduale allontanamento dei figli dalle mura domestiche e non li motivano ad assumersi la propria parte di responsabilità e a sacrificarsi per conseguire degli scopi.
Secondo il modello psicoanalitico, spesso le patologie alimentari rimandano a difficoltà insorte nei primi scambi madre-neonato ovvero alle prime esperienze nutritive del bambino. Che sono anche esperienze sensoriali ed emotive di vitale importanza, per i processi che mettono in moto nella mente del bambino e per le ripercussioni che avranno successivamente sulla sua vita emotiva.
Quando il neonato che piange si trova in uno stato di malessere, non necessariamente causato dalla fame. Ne è sopraffatto e proietta la sua angoscia all’esterno, sottoforma di pianto. Il compito della madre è di avvicinarsi empaticamente al bambino, per comprendere cosa lo fa star male. Per poter far questo, però, la madre però deve essere in grado di tollerare il malessere del bambino. Deve essere disponibile ad entrare in contatto con le sue emozioni violente, affrontarle, comprenderle e dotarle di significato. Es.: il tuo malessere è fame, freddo, colica ecc.. Così facendo restituisce al bambino una funzione pensante che nel tempo potrà fare sua. Che lo aiuterà a comprendere le proprie emozioni, dipanando grovigli confusi di sensazioni e impulsi.
Infatti se il bambino sperimenta il dolore e la frustrazione legati al bisogno, ma contemporaneamente fa un’esperienza buona di accudimento, impara a resistere nel suo stato di bisogno, perché sa che poi verrà aiutato: verrà dato un nome al suo bisogno e verrà alleviato il bisogno stesso. Questo è essenziale per lo sviluppo del pensiero.
Il cibo ha un significato simbolico molto forte: rappresenta un nutrimento affettivo oltre che fisiologico; così come la fame è anche fame di affetto, di comprensione, di vita, di imparare.
Un altro momento cruciale per il neonato è lo svezzamento che, dopo la nascita, è il prototipo dell’esperienza di separazione. È una tappa di vitale importanza nel cammino verso la separazione/individuazione. Perché è un allontanamento dal seno, che comporta anche la percezione di una maggiore distanza tra sé e la mamma.
ALLORA COME AFFRONTARE IL PROBLEMA DELL’OBESITÀ INFANTILE?
Secondo un modello medico di tipo “interventista”, tuttora in auge in alcune realtà, a suon di diete restrittive. Purtroppo la sola dieta oltre ad essere poco adatta al periodo evolutivo, appiattisce la soggettività degli individui obesi, già uniformati dall’aspetto fisico. Quasi che gli obesi siano un gruppo omogeneo e non degli individui unici e irripetibili.
Non va dimenticato che il problema essenziale di ogni dieta non è la sua efficacia bensì il suo mantenimento nel tempo. Dunque l’attenzione degli specialisti dovrebbe spostarsi su questo secondo fattore, anziché rimanere costantemente focalizzata sul primo.
Troppo spesso, invece, vengono sottovalutati gli aspetti psicologici del rapporto con il cibo. Il cibo dà piacere. E le diete sono destinate a fallire perché, basandosi unicamente sull’idea del controllo, della rinuncia, del sacrificio, interferiscono pesantemente con la dimensione molto umana del piacere.
Considerare il desiderio di cibo come un impulso da reprimere e non come un qualcosa con cui fare i conti, ingaggia una lotta tra volontà e istinto, il cui esito è il controllo forzato, che ha una durata limitata nel tempo.
La maggior parte dei dietologi, oltre alla riduzione dell’apporto calorico, raccomanda ai bambini obesi di praticare attività fisica. Purtroppo non è un’impresa facile, perché si tratta di vincere molte resistenze. Questi bambini si sentono goffi nei movimenti e spesso lo sono realmente. Temono per questo di essere derisi dai compagni. E questo comprensibilmente scatena l’ansia dei genitori oltre che la loro.
Quindi si configurano due ordini di problemi: come aiutare i bambini a scegliere un’attività fisica adeguata e rispettosa delle loro preoccupazioni e come tranquillizzare i genitori.
Per perdurare nel tempo, l’esercizio fisico deve essere congeniale e piacevole. Muoversi non è un fatto puramente meccanico. Induce sensazioni, emozioni, pensieri. Cioè coinvolge la persona nella sua interezza. Dunque è di fondamentale importanza che scelgano l’attività fisica più adatta al loro corpo e alle loro inclinazioni personali. Solo così l’attività fisica potrà trasformarsi in un momento piacevole.
COME AIUTARLI A IDENTIFICARE L’ATTIVITÀ FISICA A LORO PIÙ CONGENIALE
Sicuramente evitando di sceglierla solo sulla base di criteri di efficienza e produttività. Ovviamente certi tipi di sport sono più indicati per perdere peso, ma se non si confanno alle loro esigenze, prima o poi li abbandoneranno. Allora è meglio che scelgano ciò che gli piace di più, anche se meno efficace, integrandolo nel tempo con qualcosa che completi le mancanze. Generalmente in un programma di allenamento dovrebbero essere contestualmente presenti il movimento aerobico, lo stretching e il potenziamento anaerobico.
Dopo che hanno selezionato alcune attività fisiche che li attirano, non possono che sperimentarle. L’attività fisica dovrebbe compensare gli squilibri della loro vita quotidiana. Sport di gruppo per chi è pigro e solitario. Sport individuali per chi è sommerso dalle relazioni. Se l’attività fisica risponde realmente alle loro esigenze, dà sensazioni gradevoli, consiste in sequenze di movimenti congeniali, che aiutano a star bene nel proprio corpo. Questa è la vera integrità psicofisica e non quell’ingranaggio infernale, in cui l’attività fisica forzata rincorre affannosamente le calorie introdotte in eccesso.
Bibliografia
Ottavio Bosello, Massimo Cuzzolaro, Obesità e sovrappeso, Il mulino, 2006
Viviana Venturi, Giustino Melideo, I disturbi del comportamento alimentare in adolescenza, Franco Angeli, 2006
Marco Francesconi, L’appetito: un crimine?, Franco Angeli, 2009
AAVV, Un bisogno vitale, Astrolabio, 2002
AAVV, Le difficoltà di alimentazione nei bambini, Bruno Mondadori Editore, 2004
Alessandro Sartorio, Giancarlo Silvestri, Obesità: per saperne di più, Edra, 2002
