02 Gen Chi manda le onde di Fabio Genovesi
Sandro chiude gli occhi e appoggia la tempia al finestrino bagnato e spera che la macchina gli metta un po’ di sonno. Come quando era piccolo, e i viaggi di ritorno non duravano niente, perché si risvegliava in braccio alla mamma sul vialetto di casa e tutto era fatto, tutto era a posto. Una volta ha dormito per cinque ore da Madonna di Campiglio fino in Toscana, nello storico anno 1985, quando i suoi genitori si erano convinti di essere ricchi. O almeno di non essere più gli ultimi della lista. O se magari erano ancora gli ultimi, allora voleva dire che tutta la lista si era spostata verso il meglio, e anche la famiglia di un giardiniere poteva permettersi di andare in settimana bianca.
“Che cavolo” aveva detto il babbo, “ho faticato tutta la vita, questa soddisfazione me la voglio levare”. Lui e la mamma con le tute da sci degli zii, per Sandro addirittura l’avevano comprata nuova, insieme a un paio di Moon Boot rossi, mentre due anni prima, quando incredibilmente era caduta un po’ di neve a Forte dei Marmi, la mamma lo aveva mandato fuori con due sacchetti di plastica avvolti intorno alle scarpe, stretti con gli elastici alle caviglie.
Nessuno di loro sapeva sciare, la mamma era rimasta tutto il tempo nella pensione a scaldarsi, il babbo aveva noleggiato uno slittino e andava su e giù per la discesa di un parcheggio. Invece per lui avevano pagato un maestro: “Te hai tanti anni davanti per sciare, con te è un investimento” gli aveva spiegato il babbo, che ormai era diventato un imprenditore, uno che vedeva chiaro e lontano nel futuro, in un’epoca dove tutto sembrava possibile e le classi sociali si potevano scalare come le dolci montagne innevate di Madonna di Campiglio.
Liberamente tratto da Chi manda le onde di Fabio Genovesi
