02 Dic Lettura Dicembre 2016
Lo Svedese. Negli anni della guerra, quando ero ancora alle elementari, questo era un nome magico nel nostro quartiere di Newark. Era magico il nome come l’eccezionalità del viso. Dei pochi studenti ebrei di pelle chiara, presenti nel nostro liceo pubblico prevalentemente ebraico, nessuno aveva nulla che somigliasse anche lontanamente alla mascella quadrata e all’inespressiva maschera vichinga di questo biondino dagli occhi celesti. Lo Svedese brillava come estremo nel football, pivot nel basket e prima base nel baseball. Soltanto la squadra di basket combinò qualcosa di buono vincendo per due volte il campionato cittadino, con lui come marcatore principale. Ma per tutto il tempo in cui eccelse lo Svedese, il destino delle nostre squadre sportive non ebbe troppa importanza: i nostri padri, poco istruiti ma molto carichi di preoccupazioni, veneravano il primato accademico più di ogni altra cosa. L’aggressione fisica, anche se dissimulata da tenute sportive e norme ufficiali, non era tradizionalmente fonte di soddisfazione nella nostra comunità, i buoni voti sì. Ciononostante, grazie allo Svedese, il quartiere cominciò a fantasticare su se stesso e sul resto del mondo, così come fantastica il tifoso di ogni paese. Le nostre famiglie poterono dimenticare come andavano realmente le cose e fare di una prestazione atletica il depositario di tutte le loro speranze. In primo luogo poterono dimenticare la guerra.
Liberamente tratto da Pastorale americana di Philip Roth
