“Dove non ho mai abitato” di Paolo Franchi

Qual è il colmo per un architetto? – sembra chiedersi il regista Paolo Franchi – parafrasando le barzellette di quando eravamo piccoli. Risposta: adoperarsi per progettare dimore dove altri possano essere felici, dimenticandosi di coltivare la propria felicità. Peccato che il tempo prima o poi presenti il conto. Non a caso il film si apre e si chiude con il festeggiamento di un compleanno che, in una vita, è per definizione un momento di bilanci.

La storia, narrata dal regista in punta di piedi, sembra la rivisitazione moderna del mito platonico delle anime gemelle. Che, separate da un fulmine per insolenza verso gli dei, vivono alla ricerca della propria metà perduta. È quanto capita a Francesca e Massimo, che il caso fa incontrare, non più giovanissimi. Lei, figlia di un geniale quanto egocentrico architetto di nome Manfredi, si è sottratta alle aspettative paterne, rifugiandosi all’estero, in un matrimonio di comodo con un ricco uomo d’affari. Protettivo e a suo modo innamorato. Lui, invece, di Manfredi è l’erede spirituale. Lo venera a tal punto da gettarsi nel lavoro anima e corpo; imbastendo storie sentimentali senza particolare slancio e accontentandosi di abitare in una casa con scatoloni ammonticchiati qua e là. Che non ha mai tempo di sgomberare. Paradossale, per un architetto! Il caso vuole che Manfredi si infortuni e decida che sarà proprio Francesca a sostituirlo, affiancando Massimo nella progettazione di una villa prestigiosa. Né l’uno né l’altra sembrano entusiasti dell’idea. Lei, perché non ha nessuna voglia di mettersi a fare l’architetto pur avendo talento da vendere. Lui perché, vittima del pregiudizio, se la immagina come una figlia viziata e assente. Tuttavia, nel volgere di poco tempo, ha modo di ricredersi sul suo conto. Ad esempio viene a scoprire che Francesca ha finto di accettare la proposta del padre solo per compiacerlo e dunque non ha nessuna intenzione di offuscare il suo prestigio di delfino. Accade così che l’iniziale diffidenza di Massimo nei suoi confronti lasci il posto alla curiosità, che in breve tempo si tramuta in aperta ammirazione. Non solo. I due, inaspettatamente, scoprono di essere legati da un qualcosa di profondo, che è più che amore: è un riconoscersi, un vedere riflesse nell’altro parti di sé che, a lungo sopite, ora chiedono di vivere. Realizzando che le scelte del passato non li soddisfano più, ne sono profondamente turbati. E se Massimo per la prima volta in vita sua si scopre risoluto come non mai, a Francesca invece manca il coraggio. Accade alle coppie. Il tempo passa e le persone cambiano. E non è detto che i cambiamenti vadano nella stessa direzione. Allora le alternative sono due: o si ricomincia tutto daccapo o ci si fida del fatto che quel che si è costruito insieme ha un valore innegabile.

Fa un certo effetto pensare che, siccome al mondo siamo miliardi, è altamente probabile che da qualche parte esista qualcuno che potrebbe piacerci più della persona con cui abbiamo scelto di vivere. È un semplice calcolo delle probabilità. E allora cosa ci tiene uniti, visto che dividere il quotidiano non è sempre facile? Credo sia il fatto di poter chiudere fuori dalla porta il mondo e i suoi problemi, alla fine di una dura giornata. Perché il profumo di una pietanza, l’odore a noi familiare di un maglione abbandonato sulla sedia, quel po’ di disordine nelle stanze sono impagabili. Fanno casa.



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