19 Set Elisa di Leonardo Di Costanzo
“L’ho uccisa perché volevo ucciderla. Mi ha detto che dovevo farmi curare. Mia sorella ha avuto il torto di guardarmi nella mia umanità difettosa. E non ho proprio potuto sopportarlo” – afferma Elisa, la protagonista del film. Una quarantenne apparentemente come tante, che sta scontando una pena detentiva in un carcere modello, per aver ucciso la sorella e aver tentato di uccidere la madre. Il regista Leonardo Di Costanzo suggerisce una riflessione sulla giustizia riparativa, affidando la sceneggiatura del film a due criminologi: Natali e Ceretti. Coautore, quest’ultimo, del “Libro dell’incontro” tra vittime e responsabili della lotta armata degli anni Settanta. Che sul tema in questione ha speso parole molto significative, derivanti da una lunga e solida esperienza. In buona sostanza il film ci aiuta a riflettere sul fatto che essere solidali con le vittime di un crimine è abbastanza facile. Mentre interrogarsi su cosa somigli in noi a un assassino, che può vestire i panni di una persona dall’aspetto innocuo ai limiti dell’insignificanza, è sicuramente più difficile. Ma ben più utile per comprendere le motivazioni umane che sempre si celano dietro un crimine efferato. Per questo ci invita ad a esplorare lo spazio che separa i buoni dai cattivi. Che non è affatto vuoto, come vorrebbe una retorica semplicistica, ma grigio e densamente popolato di figure dai contorni spesso ambigui. Come Elisa, che del “fatto”, come è solita definire l’omicidio della sorella, inizialmente non ricorda nulla. Tanto che uno studioso di criminologia si interessa al suo caso e le propone una serie di incontri, per cercare di capire cosa si annidi dietro la sua amnesia. Lo scopo è aiutarla a riconoscere le sue parti violente, per imparare a conviverci senza agirle. E restituirle la responsabilità del grave crimine commesso. Solo così potrà riprendersi in mano la propria vita, senza doversi rifugiare nell’amnesia per sopravvivere al senso di colpa. Dunque l’atteggiamento del criminologo è tutt’altro che indulgente. Invita esplicitamente Elisa a parlare di “omicidio”, per il rispetto dovuto alla sorella. Ed Elisa gli chiede più volte perché si occupi di persone come lei, sentendosi rispondere che non esistono persone “come lei”, in quanto lei è unica e irripetibile. Ovvero anche un omicida è una persona e non semplicemente una categoria inanimata. Proprio per questo non esiste una risposta valida per tutti.
Di certo il passato non si può eliminare. Né si può cancellare il dolore causato. Tuttavia l’esperienza di alcune vittime suggerisce come lo si possa faticosamente trasformare nel tempo; uscendo dalla prigionia dei ricordi per recuperare il senso della vita. In che modo? Comprendendo le ragioni dell’altro, pur senza giustificarle. Come fa il padre di Elisa, che pagherà un prezzo altissimo, perché sarà messo di fronte all’aut aut della famiglia: o lei o noi. Publio Terenzio Afro sosteneva che: “Nulla di ciò che è umano ci è estraneo”. Cioè non esistono mostri da sbattere in prima pagina. Tuttavia per incontrare coloro i quali ci hanno oltraggiati dobbiamo sostare proprio là dove la loro umanità ha fallito. Per quanto faticoso sia rispecchiarsi nei loro sguardi, senza vedersi restituita un’immagine ferina. L’alternativa è permettere al rancore e al sottile desiderio di vendetta di diventare l’unica ragione di vita. Ma il dolore che nasce dall’offesa subita trova solo illusoriamente soddisfazione nell’attimo bruciante della vendetta. Poi inizia la sua inesorabile opera di desertificazione.
