“Euforia” di Valeria Golino

La brava Valeria Golino si cimenta nuovamente dietro la macchina da presa con Euforia, film che racconta cosa accade in una famiglia come tante, quando una grave malattia irrompe all’improvviso. La regista, con garbo sensibilità e ironia, si fa portatrice di un messaggio fiducioso verso la vita che, anche nelle situazioni più difficili, sembra non smettere di stupirci. Purché di vita si tratti, ovviamente.

La vicenda narra di due fratelli, Ettore e Matteo, molto diversi tra loro, che vivono vite parallele. Paradossalmente ciò che li accomuna è proprio la fatica di vivere. In un caso esibita rancorosamente, nell’altro negata. Infatti Ettore, che vive in provincia dove insegna con grande diligenza e poca passione, è solitario, sarcastico, rivendicativo. E soprattutto non se la passa granché bene nei rapporti interpersonali. Ha un figlio che conosce poco, una moglie che non ama più e una compagna che, nonostante la grande sintonia che li unisce, ha allontanato da sé ai primi sintomi della malattia. Della cui prognosi non è dato sapere se sia o meno al corrente. Perché condividere e chiedere aiuto è per lui troppo faticoso e forse anche umiliante.

Matteo, invece, è un fascinoso e ricco imprenditore di successo, che si è trasferito in un magnifico attico della capitale, dove ospita con grande generosità amici improbabili, da cui si fa coccolare o distrarre a seconda delle necessità. Occuparsi ossessivamente del proprio corpo, fumare cocaina, stordirsi di cocktail lo aiuta a fare il vuoto dentro di sé e a coltivare l’illusione che la vita sia un luna park rutilante di luci e di suoni. Poi sopraggiunge la malattia di Ettore. Che lo coglie alla sprovvista. E poiché non è in grado di accettare la caducità della vita, è percorso dalla frenesia di agire e organizzare. Come un direttore lavori. Che, guarda caso, è proprio ciò che fa di professione. Così decide di ospitare il fratello a casa perché venga curato dai migliori specialisti. Che contatta personalmente pregandoli di non far cenno alla gravità della malattia. E investe tutte le energie per opporsi strenuamente a ciò che sta accadendo, nell’illusione che la propria vita e quella dei suoi familiari possa continuare a scorrere immutata.

Delle possibili riflessioni che questo film mi suggerisce, ne propongo due.

La prima. Perché ogni volta che ci imbattiamo in due fratelli profondamente diversi tra loro ci stupiamo? Forse che appartenere alla stessa famiglia equivale ad avere lo stesso imprinting? In realtà due fratelli sono persone diverse anche geneticamente. Che si comportano in modo diverso, suscitando nei genitori reazioni diverse. Anche se sono proprio i genitori i primi a non capacitarsene, convinti di averli educati nello stesso modo.

Seconda riflessione. Che diritto abbiamo di nascondere il decorso infausto di una malattia a chi ne è colpito? Un oncologo anni fa mi ha raccontato che sceglie di comunicare al malato solo ciò che egli sembra pronto ad accogliere. Assecondando e rispettando il suo desiderio. E poi, detto tra noi, tacendo chi vogliamo preservare dalla sofferenza: il malato o noi stessi?

Come ci suggerisce la regista, in certi frangenti possono anche capitare cose buone. Si possono riparare torti, affrontare incomprensioni scegliendo di deporre l’ascia di guerra, per vivere in pace il tempo che rimane. Non è poco e fa sentire liberi. Quasi euforici.

Ovviamente il contesto in cui viviamo non ci aiuta in tal senso perché, al contrario, ci invita ad espungere la morte dalle nostre vite. Anche in maniera subliminale e atomizzata. Ad esempio proponendo la cura maniacale del corpo per rallentarne l’invecchiamento. O consigliandoci caldamente di punirci con cibi inodori e insapori, che con la convivialità hanno poco a che spartire. In buona sostanza, suggerendoci di morire da vivi.



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