Guerriglieri dell’ISIS: disperati afasici o sociopatici senza cervello?

Parto dal presupposto che l’eliminazione dell’Altro, poco importa se per mano di un terrorista o di un fanatico religioso, rappresenti sempre e comunque una brusca interruzione della capacità di pensiero. Credo ne sia complice lo scadimento della politica, non più in grado di trasformare la violenza bruta in conflitto, che si fonda su quella capacità dialettica di cui si è sempre nutrita la vita.

L’idea di scrivere queste righe mi è venuta leggendo sul Corriere della Sera del 23 novembre 2015 due interviste: una rilasciata da Antonino Ferro, psichiatra, psicoanalista e presidente della Spi e l’altra, dallo scrittore irlandese Robert Mc Liam Wilsom. Che esprimono in merito al fenomeno Isis opinioni diametralmente opposte e perfettamente rappresentative della contrapposizione – disperati o delinquenti? – che spacca l’opinione pubblica in questi giorni. Credo valga la pena metterle a confronto per provare a trasformare delle disgiunzioni esclusive in inclusive, magari scoprendo che esistono anche altre opzioni: si può essere disperati, delinquenti e talvolta delinquenti perché disperati.

A questa tavola rotonda virtuale invito anche Massimo Recalcati, psicoterapeuta e psicoanalista lacaniano, con il suo libro-intervista Patria senza Padri. E Michela Marzano, professore ordinario di filosofia morale alla Sorbona, autrice del saggio Etica oggi, in cui, tra le varie tematiche etiche, tratta anche quella delle cosiddette guerre “giuste”.

Dopo i recenti fatti di sangue di Parigi, i governi europei e d’oltre oceano, disorientati come dei pugili messi all’angolo da una gragnuola di colpi, fanno prove tecniche di strategie comuni d’intervento. Prevalentemente di intelligence e militari. E come accade periodicamente, si ripropone l’annosa questione della guerra “giusta”. Nella fattispecie esistono ben due dei tre principi formali che la giustificherebbero: la presenza di cittadini vittime di un’aggressione e l’assenza di interlocutori con cui trattare. Molto più traballante invece è il terzo principio ovvero la ragionevole probabilità di successo militare, contenendo gli effetti diretti e collaterali sulla popolazione colpita. Se a questo aggiungiamo che la sinergia tra gli stati europei sembra una chimera, la sensazione diffusa di precarietà si allarga a macchia d’olio. Abbiamo governanti divisi tra interventisti e non. Non solo. Alcuni obbligano la popolazione a vivere barricata in casa per giorni, senza lasciarle alcuna possibilità di scelta, mentre altri la incitano a condurre una vita normale. Cosa peraltro più facile a dirsi che a farsi, perché se ti dimentichi per un attimo il rischio attentati è la presenza massiccia di forze dell’ordine a ricordartelo.

Questa modalità di procedere per prove ed errori credo dipenda dal fatto che sia stata data al fenomeno Isis una chiave di lettura prevalentemente politica e dunque incompleta. Mentre tentare di comprendere quale sia il suo terreno di coltura potrebbe fare la differenza. Comprendere è lo specifico di noi terapeuti. È un modo di procedere che mette in guardia da letture schematiche e semplicistiche della realtà. Non è invece di nostra competenza ricostruire i progetti oscuri dei fautori del Califfato. E neppure addentrarci nella questione spinosa se l’Isis sia come tutte le altre forme di terrorismo oppure occupi un posto a sé.

Secondo Antonino Ferro, guardare il fenomeno Isis da un angolo di visuale più ampio significa occuparsi della sofferenza interna alle nostre comunità. In cui abbondano ragazzi sbandati, appena usciti dall’adolescenza che, incapaci di trovare parole per esprimere le proprie angosce, si avviano forzatamente verso la depressione e il suicidio o verso il fanatismo. Che poi spesso porta al suicidio. Come dire che in tempi di precarietà etica ed economica, oltre che evolutiva, costoro sarebbero a caccia di un’identità forte, che trovano sotto l’ombrello del fanatismo. Non mi sembra molto diverso da quanto accadeva in passato durante i regimi totalitari.

Di parere opposto è invece Robert Mc Liam Wilson, scrittore irlandese nato e vissuto nella Belfast dilaniata dall’Ira e dai sanguinosi conflitti tra cattolici e protestanti. La cui eco, mai del tutto sopita, gli si è risvegliata dentro prepotentemente dopo i fatti di Parigi. Scosso dai volti terrei dei morti che è stanco di guardare, perché lo fa da quando era piccolo, egli sostiene che a ordire le trame sanguinose, oggi come nel passato, sia l’Odio. Grande Cerimoniere, Grande Persuasore, la cui energia potente e malefica può farci mangiare montagne e bere oceani. Moltiplicatore dei risentimenti e lente di ingrandimento del pregiudizio, ci entra nei muscoli, diventa parte del nostro Dna fino a vivere di vita autonoma, come il sonno o la respirazione. Egli ritiene che con l’odio non si possa trattare, perché l’odio non conosce persuasione. E pur amando incondizionatamente Rousseau, afferma con grande amarezza che i diritti umani sono in balia degli umori e dei capricci di chi incontriamo per strada. Dunque non è affatto vero che siano inalienabili e che ci sarà un lieto fine. Inoltre preconizza che noi occidentali ci adatteremo a tutto. Anche all’orrore attorno al quale costruiremo le nostre vite future. E come è accaduto a Belfast, non ci saranno né vincitori né vinti. Soprattutto, tutti dimenticheranno. Da cinico qual è, Mc Liam ci invita a non sprecare tempo nel tentativo di comprendere i terroristi dell’Isis, che reputa un branco di sociopatici senza cervello. Che, stufi della loro mediocre carriera di delinquenti di piccolo cabotaggio, uccidono per garantirsi un attimo di celebrità. Dunque esprimerebbero vuoto di pensiero e non protesta violenta contro l’emarginazione.

Odio, vuoto di pensiero: Massimo Recalcati prova ad analizzarne le radici. Considera l’odio una passione umana senza equivalenti nel mondo animale e senza limiti, per cui è destinato a non soddisfarsi mai. Non crede sia frutto di una realtà sociale frustrante e precaria per mancanza di lavoro e assenza di futuro, quanto piuttosto di un’infatuazione patologica per se stessi. Che esclude l’Altro, eliminandolo. Legge l’odio come conseguenza del bisogno ipertrofico di marcare i propri confini. Ora se è vero che la vita necessita di confini perché senza di essi c’è follia, è altrettanto vero che in assenza di scambi e contaminazioni appassisce. Dunque l’odio come paura della perdita di confini, che si acuisce quando si sente incombere il rischio di disgregazione. Questo potrebbe rendere conto di come certa politica si sia spostata da una dimensione plurale ad una locale, identitaria. E non solo la politica del sedicente califfato, ma più in generale quella del mondo occidentale, attraversato da fenomeni migratori senza precedenti.

Cogliere questo fil rouge è abbastanza inquietante.

PS: c’è un romanzo di Christopher Bollas, intitolato Ho udito le sirene cantare, in cui lo psicanalista britannico immagina che si presenti in cura da lui un terrorista kamikaze incaricato di un attentato suicida…



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