“Happy end” di Michael Haneke

Happy end si fa per dire. Infatti già dalle prime battute si comprende quanto il titolo sia sarcastico e veicoli un pensiero sulla società odierna così cupo che, al confronto, il pessimismo leopardiano è un gioco da ragazzi. Haneke ci induce ad una riflessione sui danni del disamore dilagante. Che ritiene permanenti, indelebili, transgenerazionali. E soprattutto senza possibilità alcuna di rimedio. Su quest’ultimo punto mi permetto di dissentire. Infatti penso, forse un po’ presuntuosamente, che il lavoro di un terapeuta ricordi l’antica arte giapponese del Kintsugi. Che consiste nel sanare con colature di oro fuso le crepe prodottesi in un vaso raffinato. Al fine di restituirgli una seconda e più preziosa vita. Che è un po’ quello che accade anche a noi esseri umani, quando troviamo il coraggio di guardare e curare le nostre “crepe”. Non con l’illusione di essere rimessi a nuovo, ma con la consapevolezza che, depurate della loro tossicità, possono arricchirci.

Veniamo al film. Nella Calais dei giorni nostri, avamposto dell’Europa per i migranti che tentano l’attraversamento della Manica, vivono i Laurent, famiglia altoborghese in avanzato stato di decomposizione. Il deserto affettivo e l’aridità nei rapporti personali, con quel che di mortifero che ne consegue, impregnano l’aria della loro sontuosa dimora. Lo intuiamo, dapprincipio, attraverso l’obiettivo dello smartphone della tredicenne Eve, che trascorre il tempo a filmare gli atti quotidiani della vita, anche quelli più intimi, con la curiosità distaccata di un entomologo che osserva degli insetti al microscopio. Stupisce lo sguardo impietoso e disincantato di questa preadolescente, i cui occhi sembrano aver perso da tempo la capacità di stupirsi. Viene anche il dubbio che nessun adulto del suo entourage l’abbia mai iniziata all’alfabetizzazione emotiva. Che si può insegnare solo avendone fatta esperienza. Il panorama familiare che si presenta agli occhi di Eve è desolante. La madre, con cui viveva, era gravemente depressa, ed è morta per overdose di psicofarmaci. Viene persino adombrata l’ipotesi che la ragazzina non sia del tutto estranea all’accaduto. D’altra parte, lei stessa confessa di averli somministrati al suo criceto, causandone la morte, e ad una sua amichetta, durante le vacanze in campeggio. Rimasta sola, poiché i genitori sono divorziati da tempo, Eve va a vivere presso la famiglia paterna, che non conosce quasi. Studia attentamente i nuovi parenti, con il fare guardingo di chi si è sempre dovuto difendere dalla vita, perché nessuno l’ha mai aiutato a crescere. Sa cogliere segreti inconfessabili e, con la scaltrezza di un adulto navigato, ostenta indifferenza fino a rendersi invisibile. Inoltre sembra non meravigliarsi se non la trattano con la tenerezza che si dovrebbe riservare a chi è da poco rimasto orfano di madre. Il padre di Eve, ottimo medico, è un dongiovanni impenitente, conscio della sua anaffettività. La zia è impegnata a far funzionare con pragmatismo l’azienda di famiglia; il cugino a manifestare tutto il suo disprezzo per la vita; mentre il nonno è alla ricerca disperata di qualcuno che lo aiuti a morire, perché quel che ha sotto gli occhi non lo entusiasma affatto. In tutto questo, Eve sembra dilaniata da un unico timore. Lacerante, incontrollabile, in grado di incrinare quella scorza dura che si è costruita attorno e da cui traspare finalmente la bambina piccola e bisognosa d’aiuto. Il timore è quello di finire in un istituto, se il padre decide di divorziare anche dalla seconda moglie, che è l’unica persona con cui Eve intrattiene rapporti un po’ più autentici. Poiché i suoi dubbi sono fondati, decide di farla finita. Salvata in extremis, viene dimessa dall’ospedale. E il nonno, per dimostrarle vicinanza emotiva, non trova di meglio che confidarle di aver soffocato la moglie malata, anni or sono.

Penso che la famiglia Laurent sia un caso limite e non lo specchio dei nostri tempi, come sembra suggerire il regista. Questo non vuol dire che non esistano famiglie del genere. Credo però che il disfattismo non aiuti alcuno. Anzi, inviti a girarsi dall’altra parte sopraffatti da un senso di impotenza. Consci dei nostri limiti, non possiamo di certo salvare il mondo, ma almeno offrire il nostro aiuto a chi ce lo chiede.



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