06 Mag Ho visto un re di Giorgia Farina
Questo film ha lo stesso titolo della celebre canzone di Jannacci, di cui condivide il tono canzonatorio, rivolto a certi potenti che, in virtù della loro posizione, godono di privilegi immeritati. A metà strada tra la favola e la denuncia sociale, il film mette alla berlina le bassezze e le storture del fascismo. Lo fa attraverso lo sguardo trasognato di Emilio, un bambino appassionato di romanzi di Salgari. Che favoleggia di essere un tigrotto della Malesia al servizio di Sandokan, suo impareggiabile eroe. Invece, per somma sventura, è solo un balilla costretto a recarsi alle adunate, inneggiando al duce con la retorica di regime, tanto insulsa quanto altisonante. C’è un’Italia nel pieno della campagna d’Africa, terra sconosciuta e misteriosa. Sulla quale difficilmente arrivano informazioni di prima mano. Perché, o vengono distorte dalla propaganda o ammantate di magia da certa letteratura per ragazzi. Le due fonti sono decisamente incompatibili. Caso vuole che nel luogo in cui è ambientata la vicenda venga confinato un principe etiope. Che gli occhi di Emilio trasformano nel suo mitico eroe Sandokan. Mentre per i creduloni superficiali del paese diventa un pericoloso scimmione, meritevole di essere rinchiuso nella voliera di un pavone. Il paese della campagna laziale diventa un microcosmo che rispecchia, in piccolo, quello che accade nell’intera nazione. Vi si aggirano persone ingenue vittime del pregiudizio, mediocri travestiti da machi, fatui futuristi, laidi opportunisti, feroci avanzi di galera. Smargiassi che davanti ad un pubblico compiacente deridono il diverso. E pochi che non subiscono il lavaggio del cervello, mantenendo fede ai propri ideali in attesa di tempi migliori. Tra loro spicca un bambino che con la fantasia e uno sguardo limpido supera gli steccati dando a tutti l’esempio.
