Il caso del dottor Hamer e altre storie politicamente scorrette: per la delicatezza degli argomenti trattati, se ne consiglia la lettura al solo pubblico adulto …

Giovanni, nome di fantasia, è un omone sulla cinquantina dai modi spicci. È primario di radioterapia oncologica in ospedale. Dall’intervista rilasciatami qualche anno fa, mi ha dato di sé l’impressione di una persona accorta e rispettosa. Insomma il medico che vorresti incontrare in caso di bisogno. Non capita sempre, ma capita. Riporto qui di seguito le sue parole:

In radioterapia oncologica vediamo ottocento pazienti l’anno. Esiste un progetto per cui il reparto dovrebbe dotarsi stabilmente di uno psicologo che, a conti fatti, potrebbe dedicare solo un quarto d’ora a paziente ogni settimana. A mio avviso questo tipo di intervento risulterebbe poco incisivo sia dal punto di vista dell’aiuto effettivo che dell’ascolto. Secondo me, invece, lo psicologo dovrebbe aiutare i medici a migliorare la loro capacità di ascolto dei pazienti. Meglio concentrarsi sui medici che hanno una frequentazione più assidua con i pazienti, in termini di diagnosi, cura, visite di controllo ecc … Poi sono i medici quelli che molto spesso devono comunicare al paziente che non gli rimane molto tempo da vivere. Tenga conto che la domanda quanto mi resta da campare è sempre sottintesa quando non esplicita. Ed è compito del medico rispondere, perché è lui che sa numericamente “quanto”. Lo psicologo si destreggia meglio sul “come” farlo. Ho imparato che non bisogna dire al paziente più di quanto non voglia sentirsi dire, altrimenti si alza e se ne va. Ora, non è necessario dire le rimangono tre mesi di vita, si può anche parlare genericamente di alcuni mesi. Ma i pazienti a volte hanno bisogno di saperlo anche per motivi pratici. Ricordo un signore cui era morta la moglie sei mesi prima e al quale rimanevano pochi mesi di vita. Aveva delle questioni patrimoniali da sistemare. Voleva garantire un futuro ai figli, quanto meno una certa stabilità economica. Tutto questo non l’ho imparato all’università, è frutto dell’esperienza e della formazione. All’università non ti insegnano certo a comunicare coi pazienti. Ho appreso ad esempio che ti devi presentare loro e che se hanno bisogno di parlarti, li devi ricevere nel tuo studio e non frettolosamente in corridoio. Non parliamo poi di quando devo comunicare loro certe notizie … Sono passato da una fase in cui farlo era per me un grosso tormento, a una fase, quella attuale, in cui è sempre difficoltoso ma più limpido. È un sollievo, tra virgolette, poter pensare che un rapporto col paziente iniziato all’insegna della trasparenza, possa concludersi all’insegna della trasparenza. In rispetto del fatto che il paziente ti mette in mano la sua vita. Non è facile convincere i medici, in particolare quelli più bravi, che la comunicazione faccia parte del loro lavoro, perché loro pensano di curare solo con la tecnologia. Quando devi comunicare a un paziente che la terapia non serve più perché non funziona, un conto è dirgli: arrivederci e grazie, io non ti servo più. Altra cosa è dirgli: io ci sono comunque, non scompaio, anche se non posso più curarti materialmente. Purtroppo la tua malattia non l’abbiamo scelta né tu né io. I medici spesso soffrono di delirio di onnipotenza, i chirurghi in particolare. Purtroppo questo li fa deviare da un rapporto corretto con i pazienti, che è cruciale nella nostra professione. Talvolta si ritengono bravi solo perché medici. E questo porta a dei disastri, in particolare quando si ha a che fare con malati terminali. Perché, pur non raccontandogli frottole, si può aiutarli a rendere evidente e a condividere la loro difficile realtà. Dire a una persona che sta morendo, non è facile. Scappano i medici e scappano i pazienti. Nella mia vita ho curato anche persone ricche e famose. Alcuni hanno fatto una morte terribile, altri no. È peggio morire isolandosi, che morire incazzati perché non si ha voglia di morire ma si può gridarlo a qualcuno. Serve al malato, ma serve anche a chi gli sopravvive. Ricordo una mia cara amica medico, morta nel giro di tre mesi per un tumore inoperabile al pancreas. Suo marito, chirurgo, era disperato perché sapeva operare, ma non poteva operarla. E lei è morta in una maniera tremenda. Ripiegata su se stessa, per non aver potuto gridare al mondo intero la disperazione di non poter vedere crescere i suoi figli.”

Come si può desumere da queste parole, la buona sanità esiste e Giovanni ne è un chiaro esempio. Lo dico in particolare agli ultras del disfattismo. Poi intorno ci capitano alcuni fatti, che credo che meritino di essere commentati, rispettandone la cronologia. Le vaccinazioni sono in calo vertiginoso e Stato e Regioni cercano di arginare il fenomeno usando il braccio di ferro: per esempio accogliendo solo bambini vaccinati al nido, come ha già disposto l’Emilia Romagna; oppure prevedendo sanzioni per i medici “obiettori”, che non sono solo omeopati. Per inciso, non ho fiducia in questo genere di pragmatismo che – temo – andrà solo ad approfondire la spaccatura tra favorevoli e contrari, creando un’enclave sempre più numerosa e convinta di non vaccinati. C’è poi l’annoso e volutamente sottaciuto problema degli immigrati che sfuggono al controllo: infatti sono in recrudescenza malattie debellate anni or sono. Ma non si può dire perché, secondo le odierne grossolane categorie interpretative, essere contro le vaccinazioni, soprattutto con l’aggravante del veganismo, è tipico della sinistra radical chic; mentre parlare di immigrati non vaccinati fa, di default, “destra xenofoba”. E allora lunga vita agli stereotipi, bussole ineguagliabili per orientarsi nella topologia delle problematiche sociali.

Cambiamo scenario e parliamo di cure antitumorali. È davvero consolante constatare che anche in questo caso si ripropone una dicotomia: chemioterapia orientata dalle case farmaceutiche o cure alternative di dubbia efficacia? Qui per lo meno, allo stato attuale, non si ravvisa alcuna correlazione tra opzione e schieramento politico. Un problema in meno – direte voi. E no, perché ancora una volta ci tocca constatare che: tertium non datur.

Ma ritorniamo alla cronaca. Notizia recente è che una ragazza inglese di quattordici anni, malata di tumore, abbia chiesto e ottenuto dalla Corte Suprema di essere ibernata post mortem, in attesa di terapie antitumorali più efficaci. Aggiungoa tal proposito che la madre si è dichiarata da subito consenziente, mentre il padre si è opposto risolutamente. Di qualche settimana fa, invece, il caso di Eleonora, ragazza italiana diciottenne morta di leucemia, che ha rifiutato la chemio, scegliendo di comune accordo coi genitori di curarsi con il metodo Hamer. Comprensibilmente la morte di una giovane scuote le coscienze. E a un certo giornalismo urlato non è parso vero di sollevare un gran clamore, liquidando il dottor Hamer come un delinquente da strapazzo e berciando contro i genitori di Eleonora, che meriterebbero di perdere la patria potestà. Perché? Perché la responsabilità della cura spetterebbe solo ai medici!

Completo la disamina e commento dopo. Veniamo alla morte di Umberto Veronesi, oncologo di caratura internazionale, che è stato dipinto dal “coccodrillo” delle varie testate giornalistiche come un uomo in odore di santità. Francamente imbarazzante. Tanto che l’aver appreso che abbia scelto di farsi curare all’estero e non allo IEO, l’istituto oncologico da lui fondato e promosso e che non sia stato così umano con tutte le persone di mia conoscenza, lo ha reso ai miei occhi più vero, proprio perché fallibile. Un uomo con la sua irriducibile complessità, debolezze incluse. E non un santo, per l’appunto.

Sembra che in fatto di salute, ogni adulto scelga se e come farsi curare. Ne ha facoltà? Sì perché, esclusi i minori, che ricadono sotto la potestà genitoriale, ognuno è libero e responsabile della propria vita. Con tutto quel che ne consegue. Questo assunto, tuttavia, talvolta confligge col fatto che la salute è anche un bene collettivo, che le scelte dei singoli possono mettere in pericolo. Purtroppo però una buona fetta di popolazione, molto reattiva di questi tempi, non riesce a superare la logica semplificatoria dell’aut aut, che nelle faccende umane conduce inevitabilmente a un riduzionismo banalizzante. Sarà che respiriamo da troppo tempo incertezza a pieni polmoni. Che veniamo spesso turlupinati da chi antepone i propri interessi al bene collettivo e che in giro residuano solo scampoli di etica, sta di fatto che, ammorbati dalla sfiducia, siamo diventati tetragoni. D’altronde basta seguire un qualsiasi dibattito di rilevanza sociale, per comprenderne il motivo. Nell’agone mediatico si consumano duelli a suon di argomentazioni strumentali, faziose quando non calunniatorie. In cui è mandatorio che chiunque prenda la parola sia tenuto a schierarsi, perché alla fine devono esserci dei vincitori e dei vinti. Vengono inscenate pantomime in cui ogni palpito di energia è speso per smascherare le insidie che si annidano nelle parole degli interlocutori. I quali, a dispetto dell’etimo, non vanno lasciati parlare, ma stanati e sbeffeggiati. E se proprio non si può evitare che dicano la loro, li si guarda con un sorrisetto beffardo stampato sul volto. Poi è del tutto incidentale che l’intento del dibattito fosse approfondire fatti e questioni. Il punto è che se non si recupera il rispetto, prima ancora che l’ascolto dell’altro, non se ne esce. E questo vale anche per la vicenda del dottor Hamer, nonostante l’esito incerto e controverso della sua teorizzazione. Perché deridere è alla portata di tutti, mentre comprendere le ragioni delle scelte altrui è un’operazione più raffinata, che richiede delle capacità. Ma si sa che nel nostro beneamato Paese siamo tutti intercambiabili: già eravamo allenatori, ora siamo diventati anche un po’ medici e un po’ psicologi. Sono soddisfazioni. Nella sua maniera imperfetta, il dottor Hamer ha cercato di dar voce a chi, nella relazione medico – paziente, troppo spesso rappresenta l’anello debole. E per riabilitare la persona di Hamer, voglio raccontare brevemente la sua storia. Specializzatosi in psichiatria, neurologia e medicina interna, ha sposato una compagna di studi. Dal matrimonio sono nati quattro figli. Di cui uno, Dirk, nell’agosto del ’78, a soli diciannove anni, viene ferito mortalmente, al largo dell’isola di Cavallo, da un colpo di carabina sparato – pare – non accidentalmente. Dirk muore nel dicembre dello stesso dopo una lunga agonia. Di lì a poco, sia Hamer che la moglie si ammalano di cancro. Questo duplice evento convince il medico dell’esistenza di un legame causale tra dolore psichico e insorgenza della patologia tumorale. Dunque spenderà ogni attimo della sua vita in questa ricerca febbrile. Scrive Testamento per una Nuova Medicina, testo ponderoso di oltre mille e trecento pagine, la cui la tonalità espressiva, spesso in bilico tra l’onirico e la profezia biblica, è inconsueta per un testo di medicina. Esso è frutto delle riflessioni, a tratti fosche, a tratti farraginose, di uomo che ha molto sofferto e maturato nel tempo una profonda disistima nei confronti della classe medica dominante. Hamer l’accusa di essersi occupata troppo spesso di organi e non di pazienti e di averlo fatto seguendo una logica meccanicistica. Secondo la quale, se un organo non funziona, o ha un guasto meccanico o sta reagendo in modo allergico a qualche anticorpo o è stato attaccato da microrganismi patogeni. Per Hamer, invece, la malattia può essere indotta dal cervello ed insorge contemporaneamente a livello psichico, cerebrale e organico. A differenza di quanto sostiene la medicina psicosomatica. Per inciso, Hamer dispone di una casistica statisticamente significativa: si parla di qualche decina di migliaia di casi tumorali e non, che ha esaminato nella sua lunga carriera di medico. Egli ritiene che il cancro e più in generale le malattie siano dei programmi biologici speciali e sensati, originati da un conflitto. Che può essere un trauma emotivo, causato da un evento esterno, inaspettato, acuto e drammatico, che viene vissuto dal soggetto con un senso di isolamento.Il programma speciale entrerebbe in funzione nelle situazioni di emergenza, qualora il programma biologico di base si rivelasse insufficiente. Una sorta di seconda chance di sopravvivenza offerta dalla natura, purché si arrivi alla risoluzione del conflitto che lo ha generato. Queste argomentazioni, che spesso suscitano ilarità, hanno il pregio di accostarsi all’uomo e ai suoi accidenti secondo un’ottica più umana di quella spesso in auge. Hamer è stato attaccato duramente, minacciato di trattamenti psichiatrici coatti per perdita di senso della realtà, radiato dall’albo dei medici con una condanna a diciannove mesi di reclusione, scontati tutti. Nel settembre del ’98, l’Università di Trnava in Slovacchia accoglie la sua richiesta di sottoporre a verifica svariati casi di pazienti da lui trattati secondo i dettami della Nuova Medicina. Uno dei parametri fondamentali per la validazione è la verifica della riproducibilità dei casi stessi. La commissione esaminatrice composta da tre docenti, uno psichiatra, un oncologo e un matematico, sottoscrive e conferma come altamente probabili i risultati del lavoro di Hamer, di cui elogia l’impegno umano ed etico. Va precisato che i casi esaminati sono accompagnati da certificato notarile che ne comprova l’autenticità, poiché le Università dell’Europa occidentale si sono opposte a una verifica scientifica.

Non si può ignorare che Hamer sia un personaggio scomodo. Per il solo fatto di dichiararsi contrario alla chemioterapia, lede gli ingenti interessi economici delle lobbies farmaceutiche. Non sempre adamantine. Il suo concetto “dissidente” di malattia e di cura mi ha ricordato quanto scrive Kuhn in La struttura delle rivoluzioni scientifiche: “ … Solo cinquant’anni dopo la rivoluzione copernicana, gli astronomi occidentali videro per la prima volta un mutamento nei cieli fino allora ritenuti immutabili. I cinesi, invece, le cui dottrine cosmologiche non erano incompatibili con i mutamenti celesti, avevano registrato la comparsa di macchie solari e l’apparizione di molte stelle nuove nel cielo molti secoli prima della scoperta del telescopio galileiano. La facilità e la rapidità con cui gli astronomi videro cose nuove, guardando oggetti vecchi con vecchi strumenti, ci fa affermare che essi, dopo Copernico, vissero in modo differente.”

A voi la parola.



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