Infelicità senza desideri di Peter Handke

Sono passate ormai quasi sette settimane da quando mia madre è morta, e voglio mettermi al lavoro prima che il bisogno di scrivere di lei, così forte al funerale, si trasformi nell’ottuso mutismo con cui ho reagito alla notizia del suicidio. Sì, mettermi al lavoro: perché il bisogno di scrivere un po’ di mia madre, anche se ogni tanto si fa ancora sentire violento, è d’altra parte talmente vago che sarà necessario uno sforzo per non finire col battere a macchina sempre una medesima lettera, l’unica cosa che mi andrebbe di fare. Solo che una terapia del genere non mi servirebbe, anzi mi renderebbe ancora più passivo e apatico. Oppure potrei andarmene: una volta partito, in viaggio, questo torpore, questa inerzia mi darebbe meno sui nervi.

Da un paio di settimane sono più irritabile del solito; inavvicinabile, se c’è disordine, freddo e silenzio, mi chino a raccogliere ogni peluzzo e ogni briciola. Il pensiero di questo suicidio mi rende così insensibile, che mi capita di meravigliarmi che gli oggetti che ho in mano non siano già caduti da un pezzo. Eppure desidero questi momenti, perché allora il torpore non c’è più e la testa diventa lucidissima. È un orrore in cui torno a star bene: niente più noia finalmente, un corpo che non fa più resistenza, non più lontananze faticose, l’innocuo passare del tempo

liberamente tratto da: Infelicità senza desideri di Peter Handke



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