La fecondazione eterologa: una buona opportunità per riscoprire l’etica

Credo che le scelte in fatto di maternità appartengano ad una sfera molto privata e come tale meritevole del massimo rispetto. Pur tuttavia mi sento chiamata in causa in quanto persona, e poco importa se di destra o di sinistra, se credente o meno, su un tema di grande rilevanza etica quale la fecondazione eterologa, la cui applicazione mi vede contraria perché spalanca lo scenario dell’imprevedibilità. Ritengo infatti che sollevi quesiti umanamente improponibili, del tipo: la madre vera è quella biologica o quella che porta in grembo il nascituro? E il nascituro di chi è veramente figlio? Come conciliare il suo bisogno legittimo di conoscere le proprie origini con quello dell’anonimato, cui ha diritto il donatore? Perché, al giudice che sostiene che la madre vera è quella che partorisce il figlio, si può obiettare: chi lo ha reso possibile? O al ginecologo che sentenzia che non serve a nulla conoscere la propria madre biologica, si può ricordare che si tratta solo della sua opinione. Peraltro smentita da un giudice di parere diverso, che afferma che è possibile, ma solo dopo il ventunesimo anno di età. Anche questa risposta mi lascia perplessa, perché sapere chi siamo è un nostro diritto e ne sentiamo l’esigenza ben prima dei ventuno anni. L’altra faccenda inquietante è il destino oscuro degli embrioni in soprannumero. Sono situazioni, queste, difficilmente affrontabili dall’etica moderna che, ritenendo l’uomo responsabile non solo delle sue azioni ma anche delle loro conseguenze prevedibili, rischia di essere totalmente inefficace di fronte a quelle imprevedibili. In questo panorama incerto, il pragmatismo superficiale e riduttivo di molti medici coinvolti rappresenta una nota dissonante. Per non dire della disparità di trattamento che lo Stato riserva alle coppie che scelgono di adottare un figlio. In conclusione, di eterologa si continua a discutere senza mai arrivare ad una posizione sufficientemente condivisa.

Ripercorriamo i fatti. In seguito ad una sentenza della Consulta, lo scorso 9 aprile cade il divieto alla fecondazione eterologa, voluto dieci anni fa dalla Legge 40 sulla procreazione medialmente assistita. La metodica riceve l’imprimatur dalle più accreditate organizzazioni scientifiche. Dal punto di vista legislativo sembra che non ci siano ostacoli, stanti le leggi in vigore e le direttive europee già recepite e perfettamente in linea con i dettami della Corte Costituzionale. Durante l’estate i quotidiani danno grande enfasi alla notizia e il ministro Lorenzin inizia ad approntare un decreto con alcune precisazioni tecniche. Ma riceve un contrordine dal premier che decide di temporeggiare, rinviando il dibattito al Parlamento sine die. Il gran vociare si spegne cedendo il passo ad un silenzio sepolcrale. Se ne desume che né la validazione scientifica né l’applicabilità legislativa riescano da sole a dirimere dubbi e perplessità su questioni che vadano oltre i limiti d’età di donatori e riceventi e il numero massimo di donazioni possibili. Peraltro superabili con un viaggio all’estero e un portafoglio gonfio di denaro. In questo scenario surreale, tra di chi parla di vuoto normativo e chi decide di dare comunque il via al trattamento, i magistrati interpellati sembrano di parere discordante e i politici rispondono farfugliando qualcosa di poco comprensibile, alle domande secche dei giornalisti. Poi, d’emblée, viene stabilito che a partire dal 15 di settembre, l’eterologa sarà erogata nelle varie regioni dal Servizio Sanitario Nazionale. Senza una legge complessiva che deliberi anche su questioni non strettamente tecniche. Infatti, nonostante la buona volontà, non si riesce proprio a promulgarne una decente. La cosa non mi stupisce. Perché pensare di affrontare dubbi di natura etica ricorrendo a criteri scientifici, legislativi o alle personali convinzioni religiose, non può che portare in un vicolo cieco. Si tratta infatti di ambiti appartenenti a piani logici diversi, non congruenti tra loro. È un po’ come illudersi che definendo la forma, si chiarisca automaticamente la sostanza. Ritengo invece che l’unica cornice possibile per la dialettica tra limiti e liceità di una pratica sia l’etica. Che sta a monte. Perché viene prima di qualsiasi tribunale, validazione scientifica o credo religioso. Ho invece la sgradevole sensazione che venga considerata alla stregua di un vecchio arnese, che di tanto in tanto qualcuno rispolvera perché fa progressista.

Ricordo che l’eterologa rende possibile la fecondazione grazie a un donatore esterno alla coppia, che è disposto a cedere, a chi è stato meno fortunato di lui, il proprio Dna. Siamo parlando dell’essenza stessa della vita. Perché è proprio da quel particolare e irripetibile pacchetto di geni, che ha impiegato milioni di anni per strutturarsi in quello specifico modo, che deriva l’unicità di ciascuno. Almeno quella biologica. Non solo. Quei geni sono anche frutto di una storia familiare che affonda le sue radici nel tempo e che ha avuto proprio quel particolare vivente come destinatario. Purtroppo l’eterologa ne svilisce la sacralità e la privatezza perché ne consente l’innesto in un perfetto estraneo. Non scelto per amore e tanto meno desiderato. Anche sui nobili scopi ci sarebbe poi da discutere, visto che si adombra l’ipotesi di una ricompensa economica per le donatrici che hanno accettato di sottoporsi a intense stimolazioni ormonali. Tutto, in questa vicenda, sembra quanto di più distante esista da un gesto d’amore. Come definire altrimenti il reclutamento di sconosciuti per l’inseminazione, le fecondazioni temporizzate e in batteria, le rivendicazioni urlate del bisogno insoddisfatto di un figlio?

 La scienza serve a migliorare la qualità della vita, ma non ad eliminare qualsiasi ostacolo si frapponga sul suo cammino, come vorrebbe farci credere qualcuno. Questa aspettativa miracolistica, oggi molto in auge, mi sembra imparentata col delirio di onnipotenza. Infatti, negando il concetto di limite, non ci aiuta ad accettarlo e a venirne a patti. Perché è meno faticoso guardare il mondo attraverso le lenti rassicuranti dell’illusione, piuttosto che elaborare il lutto di una mancanza. La logica conseguenza è legittimare l’operato di un ginecologo – demiurgo che, pressato dalle richieste delle pazienti, sceglie per l’inseminazione solo gameti di donatori con un certo colore di pelle ed occhi. Compatibile con quello dei riceventi. Il motivo, spiegato candidamente, è di evitare disagi psicologici ai futuri genitori e ai loro nascituri. Perché i primi potrebbero essere additati come infertili dalle coppie normali, mentre i secondi discriminati dai coetanei, una volta grandi. Ma qualcuno si è mai chiesto come fanno a sopravvivere le coppie che adottano bambini di colore? Colgo in questa modalità il retrogusto amaro di una scelta a catalogo, che nulla ha a che vedere con l’accoglienza incondizionata che merita un figlio, che si dice di desiderare ad ogni costo. Vogliamo poi citare il caso della signora cinquantenne che, pur avendo già due figli grandi dal primo marito e desiderandone assolutamente un terzo dal nuovo compagno, si è messa in lista d’attesa per l’eterologa? Sorvolando, per delicatezza, sul fatto che gli oneri sono a carico dei contribuenti, viene da obiettare che, da che mondo è mondo, il periodo fertile in una donna ha una durata limitata nel tempo. E forse questo ha anche un senso, perché con qualche ritocco estetico puoi essere una splendida cinquantenne, ma l’età anagrafica resta e l’elevatissimo rischio di gestosi pure. Certo, accettare l’idea di non poter più concepire è faticoso oltre che doloroso. Ma è un dato di fatto. Con cui imparare a convivere, prima o poi.

 Per una volta mi piacerebbe mettermi nei panni dei nascituri, visto che i riflettori sono sempre puntati sul malessere delle coppie che non possono avere figli. Confesso però che frasi come: quanto tempo perso. Se è tardi per un figlio chiederemo i danni allo Stato mi raggelano, perché segnalano oltre che lo smarrimento, anche la grande confusione che esiste in alcuni adulti tra bisogno e desiderio. Credo che un figlio si possa desiderare fortemente, ma non se ne può aver bisogno e men che meno si può pensare di averne diritto. Perché può essere un completamento, non una stampella. Purtroppo, però, solo chi è stato aiutato a crescere è capace di stare sulle proprie gambe, a prescindere. Non solo. Forse ha anche imparato a trasformare gli impedimenti in opportunità. In un incontro, ad esempio, perché sa solidarizzare con chi è stato meno fortunato. Accogliere bambini altrui espone certamente a maggiori fatiche e a rischi di fallimento, ma è un gesto altruistico. Che può compiere solo chi, avendo fatto da piccolo esperienza di amore, non è schiacciato dai propri bisogni. Per questo mi lascia senza parole la sentenza della prima sezione del tribunale civile di Bologna, che definisce la fecondazione eterologa un diritto che attiene alla libertà fondamentale di formare una famiglia con dei figli.

Gli esseri umani vengono al mondo molto più impreparati delle altre specie animali a sopravvivere autonomamente, perché ereditano pochi saperi “innati”. Nessun neonato infatti è in grado di appagare il proprio bisogno di cibo, acqua, pulizia, ecc.. È da questa peculiarità che origina il suo bisogno di essere amato. Non solo. Il neonato esiste ancor prima ancora di venire al mondo. Nei pensieri dei genitori, ad esempio. Che fantasticano su di lui, chiedendosi come sarà fisicamente. Se nascerà sano. A chi assomiglierà. Che carattere avrà. Che studi intraprenderà, che adulto diventerà. Inoltre gli verrà attribuito un nome scelto tra una moltitudine di opzioni possibili, che “indosserà” per tutta la vita. Altisonante. Straniero. Datato e improbabile come quello di un nonno. Poi, una volta nato, verrà messo a dimora in un appartamento come tanti, piuttosto che in una villa sontuosa o in un campo nomadi. Cosa ha scelto lui di tutto questo? Nulla. Genitori inclusi. In compenso, fin dalla più tenera infanzia, la mole di aspettative su di lui, che gli arriva con il latte materno, è enorme. Poi, se sarà fortunato, avrà accanto dei genitori che lo accompagneranno nella crescita. Gli insegneranno ad esempio a trasformare il bisogno in desiderio, cioè a mettere in moto l’area della creatività e della progettualità per ricercare buone risposte alle sue mancanze. Imparando a tollerare l’incertezza.



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