08 Ago “La memoria dell’acqua” di Patricio Guzmán
Ho visto questo film d’estate, con la canicola, in un cinema parrocchiale di periferia. Di quelli un po’ fané di una volta. Senza aria condizionata, ma con dei ventagli a disposizione in un barattolo di vetro poggiato sulla cassa. La forte sensazione di essere catapultata indietro nel tempo mi ha naturalmente ricondotta ai fatti e i luoghi della trama, che mi sono apparsi più vividi e vicini. La ricostruzione delle vicende travagliate del popolo cileno viene fatta attraverso lo sguardo grave dell’oceano Pacifico. Muto depositario di segreti. Testimone e non complice del dramma dei nativi e dei desaparesidos. Di certo si tratta di una lettura originale, poetica, che a tratti sconfina nell’animismo. Ma come sembra suggerire il regista, trattandosi dell’acqua, origine e custode della vita nell’universo, tutto è consentito. La voce narrante, in lingua originale sottotitolata in italiano, è di Patricio Guzman che, per il racconto, si avvale della testimonianza intensa e nostalgica di alcuni discendenti dei pochi nativi della Patagonia sopravvissuti. Di un poeta, di un antropologo, di uno storico. Oltre che di alcuni uomini e donne di mezza età, scampati al regime di Pinochet. Sui cui volti la telecamera si sofferma a lungo. In posa, come in una foto di gruppo di quelle che si fanno a scuola a fine anno, appaiono fieri, dignitosi, quieti. E soprattutto muti, perché non occorrono altre parole. Occorre mantenere vivo il ricordo. Inevitabilmente un pensiero mi balena in testa. Tra quei volti avrebbe potuto esserci il nostro.
La prima inquadratura del film ritrae un blocco traslucido di quarzo, di alcune migliaia di anni, la cui particolarità è aver inclusa una goccia d’acqua. Poi la macchina da presa si sposta sui recessi bui dell’universo. Popolato di corpi celesti costituiti di ghiaccio. Come alcuni pianeti e le comete, da cui si presume abbiano avuto origine i nostri oceani. Segue una carrellata sui bagliori azzurrini dei ghiacciai della Patagonia, il cui crepacciamento viene annunciato da un rombo sinistro e cavernoso. Poi è la volta dell’oceano Pacifico, sul quale si affacciano gli oltre quattromila chilometri di costa cilena. Mostrami qualcosa che non ho mai visto! – chiede il regista ad una sua amica pittrice. E lei gli srotola davanti agli occhi una sorta di “passatoia” costruita con cartoni da imballaggio, incollati insieme e sagomati in modo da riprodurre la superficie del Cile. Che è talmente sconfinato da non poter essere contenuto in un’unica carta geografica di scala accettabile. Guzman, infatti, ricorda che a scuola era spezzettato in tre parti: el Norte, el Centro, el Sur. E da un punto di vista simbolico, è significativo e profetico che questo paese non possa essere visualizzato nella sua interezza. Accennavo prima all’oceano Pacifico, che i cileni hanno sempre considerato un intruso più che un alleato naturale, come vorrebbe la conformazione geografica della loro terra. Solo i nativi della Patagonia lo hanno trattato con sacralità, approcciandolo come un gigante dall’umore mutevole, da cui dipendeva la loro vita. Infatti, da nomadi quali erano, si spostavano di isola in isola pagaiando con maestria e “indossando” istoriazioni ispirate alla volta celeste. L’idillio con l’oceano è durato fino all’arrivo dei coloni spagnoli. Che, avendo bisogno di braccia per dissodare i campi, li hanno deportati verso le zone interne, sradicandoli dal loro habitat naturale. Per tacere del commercio beffardo dei loro organi, svenduti come fossero scherzi della natura, a compratori dalla curiosità morbosa. Così succede che, costretti a indossare vesti sudice, si ammalano. Muoiono come mosche. Di fatica e di stenti. Alcuni dei sopravvissuti imboccano la strada dell’alcolismo, altri impazziscono per disperazione. Come testimoniano alcune foto di archivio che li ritraggono straniati, spaventati e laceri. Una barbarie che sembra ripetersi ciclicamente nella storia dell’umanità. Infatti, qualche centinaio di anni più tardi e precisamente negli anni settanta del secolo scorso, più di trentamila oppositori del regime di Pinochet vengono fatti sparire. Molti gettati in mare con i voli della morte.Avvolti in sacchi di plastica, con una traversina di binario legata al corpo per il lungo. Dissidenti e nativi, accomunati dall’aver affidato il proprio destino all’oceano. Che, per una sorta di nemesi storica, restituisce a futura memoria ora un corpo o quel che ne rimane. Ora un bottone. Ora una traversina arrugginita e vegetata. Testimoni eloquenti di un gigantesco grido di libertà, che qualcuno ha tentato di soffocare. Non riuscendoci.
Film profetico in questi tempi di purghe ed epurazioni di massa…
