La sala professori di Ilker Catak

Il film, probabilmente ispirato a fatti di cronaca, mi ha rievocato un vecchio ricordo personale. In seconda elementare, agli inizi degli anni sessanta, nascosi un pettinino per capelli, appartenente alla maestra, sotto una pila di cartellette nell’armadio a muro dell’aula. Lo feci consapevolmente, per farle un dispetto: i nostri rapporti non erano facili. Lei, per tutta risposta, ha contro reagito da persona a corto di strumenti. Scelte quattro alunne, a suo dire, insospettabili – sulla base di quale criterio tutti gli altri erano dei potenziali ladri? – ha chiesto loro di perquisirci, allo scopo di smascherare il furfante ed esporlo alla pubblica gogna. Ricordo la scena: ci è stato chiesto di alzarci, di disporci ordinatamente in due file parallele, affinché la perquisizione potesse procedere agevolmente. Oggi, a distanza di circa sessant’anni, mi chiedo: come si sono sentite le quattro compagne mentre frugavano nelle tasche dei nostri grembiuli? Le ha lusingate appartenere a una casta privilegiata? O hanno provato disagio per aver rotto, senza averlo scelto, il patto di solidarietà che dovrebbe unire e non dividere dei compagni di classe? Ricordo, tra l’altro, che in quegli anni la parola degli adulti aveva un peso diverso rispetto ad oggi. Era impensabile che un bambino la mettesse in discussione. Insomma quella maestra sprovveduta, oltre ad aver commesso alcuni illeciti a danno di minori, ha anche perso un ‘occasione d’oro per insegnarci come si affrontano in modo costruttivo situazioni di questo genere. Senza ricorrere all’umiliazione. Situazioni che speravo francamente non accadessero più e invece…

Il film racconta che in una scuola media di Berlino, ad alto tasso di immigrazione, si verificano piccoli furti, di cui vengono incolpati degli alunni in modo arbitrario. Inutile dire che i sospettati sono stranieri immigrati. E che i docenti sospettosi sono a loro volta stranieri immigrati. Una giovane insegnante alle prime armi, entusiasta del suo lavoro e dotata di un grande senso etico, decide di svolgere delle indagini per proprio conto, forse un po’ ingenuamente, scoprendo che dietro ai furti probabilmente si nasconde un adulto. Genitore di un suo alunno molto dotato. Il tentativo di coinvolgere preside, colleghi e genitore per affrontare la situazione in modo costruttivo degenera ben presto in una pantomima, dove urla e gesti scomposti la fanno da padroni. Dove vengono meno il dialogo, l’ascolto e il rispetto reciproci. Dove si sbraita per imporre il proprio punto di vista, per quanto legittimo, senza tener conto delle ricadute di un simile comportamento sugli alunni in generale e su quello il cui genitore sembra coinvolto nel furto, in particolare. Oscar è profondamente confuso, deluso e lacerato, perché le accuse vengono mosse proprio dall’insegnante da cui è più valorizzato. E che sta comunque dalla sua parte. Ma che adulti sono quelli che, pur di combattere le loro battaglie ideologiche, invitano subdolamente alla delazione dei ragazzini? Non è rispolverando metodi da caserma, in nome della tolleranza zero, che li si aiuta a crescere. Il che non vuol dire avallare comportamenti riprovevoli. Tutt’altro.

All’uscita dal cinema c’erano intere scolaresche in coda, accompagnate dai loro docenti. Francamente mi è venuto da ridere: a vedere questo film dovrebbero andare gli adulti. Altro che storie. Parola di ex insegnante.



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