La stanza di sopra di Rosella Pastorino

Le scalinate mi piacciono soprattutto in questa precisa ora del giorno. Verso le sei di sera, quando la luce che intaglia i gradini è generosa, e ha l’odore di resa della giornata che finisce. Io salgo lentamente i sessantotto gradini che sbucano sulla strada in cui abito, e mi sembra che in alto, proprio in fondo alla scalinata, questa luce potrei quasi raggiungerla, quasi raccoglierla. In questa precisa ora del giorno, io amo le scalinate. Quasi che in alto, proprio in fondo, nascosto dall’ultimo gradino, qualcosa di nuovo mi aspettasse. Qualcosa di inatteso. Come questa luce che conosco e che mi coglie ogni giorno impreparata.

Verso le sei di sera, quando si stende verso la gradinata che porta a casa mia, questa luce arriva inaspettata come una carezza. Nello stesso tempo minacciosa e consolatoria.

Sta nella stanza di sopra. Non appena infilo la chiave nella toppa, mi ricordo che è lì. Quando sono fuori casa, non so, a volte potrei dimenticarmene. Potrei distrarmi. Ma appena apro la porta, non posso più ignorarlo. Eppure nella sala grande con il divano verde acido, così spaziosa e vuota, col tavolo in legno spesso e opaco dove sono appoggiate migliaia di riviste di mia madre, e libri e borse e oggetti tra i più disparati, nella sala grande col televisore sempre acceso e la polvere che impregna le tende alle finestre, qui, nessuno potrebbe immaginare la sua presenza.

Liberamente tratto da La stanza di sopra di Rosella Pastorino



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