Le assaggiatrici di Silvio Soldini

Le assaggiatrici di Silvio Soldini

Cosa succede quando una guerra irrompe prepotentemente in una vita, creando una cesura netta col passato, non cercata, non voluta? Accade in Suite francese di Irène Némirovsky. Dove una giovane donna sposata con un uomo che non ama, che è al fronte e di cui non si hanno più notizie, si innamora perdutamente di un ufficiale tedesco. Di stanza a casa sua. Che è un musicista colto e raffinato come lei. Accade anche ne “Le assaggiatrici”, film diretto da Silvio Soldini e tratto dal romanzo omonimo di Rosella Pastorino. In cui Rosa, il cui marito è al fronte, si invaghisce, corrisposta, di un ufficiale delle SS. Che conosce quando viene reclutata come assaggiatrice dei cibi del Führer, ossessionato dall’idea di essere avvelenato. E che lascia nel momento in cui, assalito da incubi angosciosi, le confessa di aver commesso dei crimini orrendi. Il film mi ha suggerito due considerazioni. La prima è che, da un punto di vista puramente statistico, potremmo intrecciare una serie infinita di relazioni sentimentali con persone che ci piacciono. Siamo talmente tanti sulla faccia della terra… Quello che ci tiene uniti alla persona che amiamo è ciò che abbiamo costruito insieme nel tempo. Che non esisteva all’inizio. La seconda riguarda il tema della vergogna. Che tormenta sotterraneamente l’ufficiale del film. Perché provare vergogna è sintomo di consapevolezza. Infatti la sua caratteristica più drammatica è che, proprio nel momento in cui ci vogliamo nascondere e cioè ritornare nell’anonimato, veniamo visti. Rossi di vergogna – si è soliti dire. Cioè accesi come delle lampadine. L’individuo arrossisce perché si trova davanti a se stesso. Con tutte le disillusioni del caso.

Dallo studio di alcune biografie degli uomini del Terzo Reich si coglie l’inesistenza della vergogna. Infatti le azioni di costoro dovevano essere il più possibile neutre. La presenza di un solo sentimento avrebbe compromesso l’equilibrio precario su cui si reggevano le loro vite. Per costoro, sterminare il popolo nemico non era frutto dell’odio ma della legge. Che legittimava ad uccidere. L’alternativa sarebbe stata essere coscienti a se stessi e vergognarsi delle proprie azioni. Dunque più questi individui erano anonimi, più erano in grado di svolgere il proprio dovere con zelo. Il loro universo morale era racchiuso in quattro parole: dovere, patria, cameratismo, coraggio. Gli storici narrano che le truppe della Wehrmacht erano dotate di un gruppo di specialisti nelle fucilazioni di massa che avevano barattato la libertà di scelta con il dovere di servire fedelmente il Terzo Reich. Senza farsi lontanamente sfiorare dal dubbio morale, perché questo sarebbe stato l’inizio della pazzia.

Gli uomini che dirigevano i campi di concentramento uccidevano per dovere, applicando la fredda e disincarnata razionalità. Paradossalmente la violenza gratuita non era benvista, perché di ostacolo alla perfetta esecuzione degli ordini. Anch’essa infatti richiede una legge ovvero una parvenza di legittimità che taciti la coscienza. Gli esecutori nazisti, indifferenti a tutto, non erano liberi di riconoscere la legge come qualcosa al di fuori di sé. Cui è possibile ribellarsi. Sostituendo la conoscenza del bene e del male con una efficiente esecuzione degli ordini hanno smarrito il senso di responsabilità e dunque la capacità di riconoscersi garanti delle proprie azioni.



Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Chiudendo questo banner acconsenti all’uso dei cookies. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi