Legami feroci di Vivian Gornick

Sono Vivian Gornick. Ho trascorso gli anni giovanili in un condominio popolare del Bronx, crogiolo di diverse etnie: ebrei, italiani, irlandesi. L’essere scansata da vicini stranieri in terra straniera non ha costituito per me una quota supplementare di emarginazione. Perché la comune vita di strada livella tutti. Anzi aggiunge pepe e curiosità. Serve a definirsi meglio.

Di quell’edificio ho ricordi vividi solo al femminile. Una galleria pittoresca di donne sboccate, fiere, furbe, semi analfabete. Che alternavano esplosioni di ferinità a un fosco torpore erotico. I nostri rapporti erano molto strani. Non si può certo dire che ci conoscessimo. Con alcune non ci rivolgevamo neanche la parola. Eppure, vivendo le une sopra le altre, entravamo e uscivamo dalle case di tutte. E dopo pochi mesi trascorsi nel condominio, diventavamo intime senza volerlo. Io, ragazzina, assorbivo queste donne come una pezza di cloroformio premuta in faccia.

Nel condominio le persone sembravano evaporare dagli appartamenti, con le loro poche masserizie. Al loro posto ne subentravano altre. Come Nettie, che ho incrociato una mattina sulle scale, mentre scendevo a rotta di collo, mandandole all’aria le borse della spesa. Lei, sorridendomi, mi ha sollecitata ad andare a giocare in cortile, per non perdere neanche un raggio di sole. La sua reazione mi ha spiazzata: mia madre non avrebbe mai potuto avere un pensiero del genere.

L’appartamento di Nettie era il più piccolo, il più buio e il più spoglio di tutti, eppure risultava pieno di fascino e mistero. Una piantina ben curata alla finestra, una piccola icona appesa alla parete, un drappo di stoffa a vistosi motivi geometrici a coprire un tavolino sbilenco riuscivano a trasfigurarlo.

Avevo quattordici anni quando è morto mio padre. Il lutto di mia madre era primitivo: risucchiava l’ossigeno. In casa regnava un’atmosfera cimiteriale che mi intossicava. Così ho iniziato a trascorrere le serate sulla scala antincendio, inventandomi storie per sottrarmi a quella condizione di perdita e di disfatta. Non ho mai pianto, perché piangere avrebbe significato non vedere mia madre, correndo il rischio che sparisse. Come mio padre. Presto sviluppai l’incubo di rimanere sola e l’ossessione di non perderla di vista un solo istante. Qualche volta le permettevo di stringermi contro il suo petto squassato dai singhiozzi. Soffocavo, ma mi sentivo al sicuro: era a lei che appartenevo.

Nettie mi fece provare un suo vestito aderente di lanetta ed entrambe ci sorprendemmo per quanto le mie forme si fossero fatte femminili. Istantaneamente pensai che mia madre non avrebbe sopportato di vedermi vestita così: lo avrebbe considerato un tradimento.

Mia madre, immigrata ebrea, era una donna temuta e rispettata. Parlava inglese senza alcuna inflessione. Sindacalista per vocazione, sapeva essere calorosa e sarcastica. Ironica e giudicante. All’occorrenza anche affettuosa, almeno secondo la sua concezione ruvida degli affetti.

Ho imparato ad apprezzarne l’intelligenza vivace nella nostra cucina del Bronx. Mentre le facevo compagnia svolgendo i compiti, lei lavava, stirava, cucinava con la furia di un’indemoniata. Queste attività casalinghe, da cui mi ha sempre preservata, sotto sotto le facevano orrore. Era pronta a sospenderle all’istante, per commentare con ironia le frasi smozzicate, i battibecchi tra moglie e marito, le affermazioni improbabili che il cortile ci restituiva amplificate. In quelle rare occasioni i suoi occhi si accendevano e cercavano la mia complicità. II pettegolezzo si trasformava in un piccolo capolavoro di arguzia. La cucina e la finestra aperta sul cortile erano il perimetro delle nostre emozioni.

L’entrata al College, fortemente voluta da mia madre, mi ha separato inesorabilmente da lei e da Nettie. Alimentava una vita non condivisa che si trasformava in tradimento. Vivevo tra loro ma non ero più una di loro. Lì è sbocciato il mio amore per la letteratura. Sempre lì ho scoperto che le idee trasformano le persone. Il fatto che fossi diventata un essere pensante ha annichilito dalla sorpresa mia madre. Che rifiutava la mia trasformazione perché la confondeva. Ad alimentare la confusione c’era la questione “sesso”: io e la verginità. Consapevole del fatto che il pericolo non veniva dai ragazzi che frequentavo, ma da me. Era furiosa perché sentiva che non mi aveva in pugno. Non più. Dal canto mio, sceglievo uomini ai margini della società, che idealizzavo e che puntualmente mi lasciavano. Vivevo un’esistenza scissa: di giorno coltivavo la poesia rinascimentale, di notte rimorchiavo avventurieri. Raramente l’avventura sessuale si tramutava in esperienza. D’altronde non mi ci vedevo come moglie sbiadita di un illustre professore di letteratura in una sonnolenta cittadina di provincia. Cercavo relazioni con uomini deboli e insicuri. Solo sentendomi superiore, potevo rischiare la tenerezza. Salvo poi riservare loro sarcasmo e disprezzo. L’ alternativa sarebbe stata sprofondare nell’abisso del bisogno. In fondo assomigliavo a mia madre molto più di quanto fossi disposta ad ammettere.

Per un po’ tra noi si instaura un armistizio e poi torna a divampare la rabbia. La città è il nostro elemento: l’attraversiamo in lungo e in largo. Litigando. Ma comunque camminiamo. Oggi che mi sento un’adulta grassa e sola, intrappolata in una vita insignificante, recito il ruolo nauseante della figlia devota, solo per evitare di sedermi alla scrivania. Di professione faccio la giornalista. Mia madre sa perfettamente di non poter far nulla per me. La mia infelicità la innervosisce. E per anestetizzarsi, parla. Ininterrottamente. Io da un lato la disprezzo, dall’altro ne sono attratta come una calamita. Ne riconosco la grinta, che ammiro e temo al tempo stesso. Per lei l’autorità è un privilegio acquisito, che non si conquista sul campo.

Dell’amore pensa che sia tutto per una donna. Ma quando le chiedo come faccio a sapere se sono davvero innamorata di un uomo, mi risponde secca che è una cosa che si sa e basta. Altrimenti non è amore. Anche sul suo matrimonio ci sarebbe molto da dire: nonostante lo abbia sempre ammantato di romanticherie, non doveva poi essere un granché.

Quando dice una cosa che mi colpisce particolarmente, mi emoziono e mi sembra quasi di volerle bene. Lei se ne accorge, ne rimane piacevolmente colpita ma non sa spiegarsi il perché. Non ha mai saputo farlo.

Il terreno delle emozioni per lei è sempre stato molto sdrucciolevole: la confonde e la costringe a battere in ritirata, aggredendo l’interlocutore.

Mentre camminiamo lancia improperi contro il figlio di una nostra comune conoscente, perché ignora sua madre. Le rispondo che l’amore va conquistato, anche tra madri e figli. Lei ammutolisce, pensa che io sia senza speranza. Una maschera di amarezza le deforma i lineamenti del viso. Sembra che faccia l’inventario dei torti e delle delusioni subite. Mi viene da abbracciarla ma ci rinuncio: accade tutte le volte. La buona intenzione trova sempre qualche intoppo.

Non amiamo fare shopping e tuttavia ci fermiamo davanti a una vetrina: l’immagine che ci viene restituita è quella di due donne che si vestono frettolosamente, pescando a caso nell’armadio. Siamo vissute per una vita l’una nell’orbita dell’altra. Siamo abituate considerarci due donne nate sotto una cattiva stella: lei vedova e io divorziata. Con idee molto confuse sulla nostra identità: i nostri abiti ce lo confermano. Mi assale un senso di sconfitta. Mia madre se ne accorge e tenta di consolarmi, dicendo che io non posso non essere forte, perché sono sua figlia.

Tempo fa le ho dato una biografia da leggere, perché trovo che l’autrice le assomigli un po’. Lei puntualmente la demolisce: pensa di non capirla e si rifugia nel disprezzo. A me monta il sangue alla testa e le vomito addosso tutta la mia rabbia per quanto è ignorante e presuntuosa. Oggi le sue reazioni mi infastidiscono, ma cerco di rimanere calma. E lei mi guarda con occhi sgranati, increduli. Le cose tra noi sono imprevedibili: la fluttuazione è la nostra cifra quotidiana, che genera mistero e promessa

Siamo sedute al tavolino di un bar, mute, invischiare l’una nell’altra scrutando l’oscurità di tutta quella vita sprecata. È passata una vita. È passata e basta. Non è stata vissuta e ne siamo consapevoli entrambe.

Quando lo spazio dentro di me si allarga inatteso, io lo occupo con pienezza. Mi sento libera e al sicuro. Il mio respiro è lento e regolare. Il più delle volte, però, quello spazio si riduce a una feritoia. Capita quando accumulo ansia, solitudine, autocommiserazione. Quando sono annientata dalla depressione di mia madre. Quando lei afferma che io non so darle conforto e che il mio destino è vivere nella consapevolezza che non basto a ricompensarla delle sue sventure. Quando prendo la sua ansia in modo personale. Capita quando sto per dirle che sono felice e lei mi domanda a raffica se ho i soldi per pagare l’affitto, se mi hanno pagato la recensione che ho scritto o se non avevo qualcosa di più pesante da indossare.



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