Lettera al mio giudice di Georges Simenon

I miei fantasmi mi hanno seguito anche a Liegi, signor giudice. In un posto qualunque, un caffè del centro dove ascoltavamo musica, si è avvicinato un giovane che l’ha chiamata allegramente per nome. È bastato quello. Più era mia, più la sentivo mia, più la giudicavo degna di essere mia. Vorrei che nessuno avvertisse un’intonazione di superbia in questa parola che per me ne è priva. Perché anch’io sono umile e l’ho amata con la stessa umiltà con cui lei ha amato me. Più era mia e più provavo il bisogno di farla ancora più mia. Di farla mia, così come io avrei voluto diventare tutt’uno con lei. Sono stato geloso di sua madre, del nipotino di nove anni, di un vecchio confettiere che siamo andati a trovare, che l’aveva vista bambina e si ricordava ancora dei suoi gusti.

Vorrei che anche Martin superasse a una a una tutte le tappe che abbiamo superato insieme. La primavera è finita, è arrivata l’estate. Ben presto il suo corpo è diventato remissivo come la sua mente. Abbiamo raggiunto e superato la fase del silenzio: siamo riusciti a leggere a letto, distesi uno accanto all’altra. “Vedrai, Martin, un giorno non ci saranno più fantasmi”. Le loro apparizioni erano sempre meno frequenti.

Tuttavia rimaneva il dolore che mi colpiva a tradimento, così acuto e lancinante da sfigurarmi, quando meno ce lo aspettavamo, quando ci credevamo al sicuro, e che in pochi secondi mi toglieva il senno. In quei momenti Martin sapeva che non era lei quella che odiavo, che i miei pugni non prendevano di mira lei. E così si faceva piccola piccola. Con un’umiltà che non avrei mai immaginato.

Liberamente tratto da Lettera al mio giudice di Georges Simenon



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