05 Ago Lettura Agosto 2016 : la serenata
… Era semplice d’estate. Si percorrevano le strade e i vicoli dove le donne, anche a tarda ora, stavano sedute fuori la porta dei bassi per chiacchierare e combattere il calore terribile, pronte a sorridere vedendoli passare con gli strumenti in mano. E si sceglieva un angolo, si annusavano il vento e l’acustica, la distanza giusta dal passaggio delle carrozze e dagli altri rumori. Si faceva in modo che il suono e le parole attraversassero l’aria e giungessero a chi doveva ascoltarli, senza equivoci e senza sospensioni di giudizio.
L’estate è il momento giusto, rifletteva il ragazzo. Quando la notte si riempie di fiori e mare, le stelle si sistemano come un pubblico sugli spalti e nessuno ha da lamentarsi per un po’ di musica, perché l’indomani è pigro e senza urla. Allora il committente si lancia in qualcosa che non ha mai fatto, se non tra le mura di casa, e affida il proprio messaggio a una canzone scritta chissà quando e da chissà chi, sbirciando le parole da un foglietto spiegazzato alla luce malferma di un lampione. O magari si affida alla voce altrui, se è proprio stonato o ha paura di rendersi ridicolo.
Una serenata ha il diritto alla perfezione, o almeno allo sforzo di raggiungerla.
Una cosa che lo aveva sempre colpito era quanta meraviglia ci fosse nel linguaggio di quel rito. Era bellissimo dire che la serenata “si porta” e non si canta. Si porta. Sì, perché è un messaggio. Come una lettera vergata su un foglio color crema con una lunga penna d’oca, affidata alla musica anziché alla posta. Era bellissimo condividere l’eccitazione di un innamorato, scortare un sentimento dolce nel proprio viaggio da un cuore all’altro…
liberamente tratto da Serenata senza nome di Maurizio De Giovanni
