09 Set Lettura Agosto 2019
Alla luce della lanterna
Ecco svelato il mistero!
Quell’uomo così alto e giovane era venuto per “nutrire la mia curiosità di sapere”. Per questo Iuzzella aveva messo su quell’aria da gatta infuriata. L’arrivo del precettore rappresentava la fine del tempo in cui la responsabilità della mia crescita stava tutta nelle sue mani. Non avrebbe più potuto sgridarmi, né trattarmi come una bambina. Non saremmo state più due amiche che giocano a madre e figlia, ma due adulte separate dall’abisso del ceto sociale.
L’età di sette anni è proprio quella in cui tutti, figli di nobili e di poveracci, lasciano i giochi dell’infanzia per studiare o lavorare, come se con i denti di latte se ne andasse la dolcezza innocua del cucciolo per lasciare posto alle zanne solide dell’adulto che diventeremo. A sette anni gli oblati sono accolti nei conventi, dove diventeranno novizi, poi chierici e infine monaci; le bambine si allontanano dalla casa paterna per prendere servizio presso le famiglie dei nobili. Quelle che rimangono tra le mura domestiche, sotto l’occhio vigile della madre, delle nonne e delle zie, apprenderanno a sbrigare le faccende: a lavare, rammendare, ricamare, filare, lavorar la lana, cucinare, divenendo così buone mogli future. I cavalieri in erba iniziano a montare a cavallo, i ragazzi vanno a fare l’apprendista nelle botteghe per imparare un mestiere, i piccoli marinai salgono per la prima volta su una barca e, infine, i più fortunati cominciano a frequentare la scuola. A quell’età si smette di essere un peso per l’economia della famiglia per iniziare a contribuire al suo buon andamento come gli uccelli che, rimasti nel nido a becco aperto ad aspettare vermi e insetti portati dalla madre, un giorno spiccano il primo volo solitario verso il cielo, conoscono il potere delle ali, scoprono, oltre il ramo che ha fatto loro da casa, distese di boschi e di mari infiniti nei quali dovranno difendersi da predatori e provvedere da soli al proprio sostentamento. Tutte le cure che la vita ha concesso loro fino a quel momento cessano, e smettono di essere figli per divenire individui tra gli individui nella grande solitudine della natura.
Nel mio destino non c’era un lavoro, né un convento. Il cielo che avrei dovuto solcare con le mie minuscole ali era quello della “curiosità di sapere”, come aveva detto mia madre. Per quanto propizia fosse la mia sorte intuivo comunque in quell’arrivo, nel cambiamento che avrebbe portato nella mia vita, il senso di una perdita, la consapevolezza che il senso dell’inutilità, della gratuità, del gioco per il gioco, era giunto al suo termine
Liberamente tratto da Trotula di Paola Presciuttini
