Lettura Aprile 2016

Una donna brutta racconta la propria storia dall’angolo in cui la vita l’ha stretta, attraverso la fessura che la paura e la vergogna le lasciano aperta giusto per respirare, giusto per non morire.

Una donna brutta non sa dire i propri desideri. Conosce solo quelli che può permettersi. Sinceramente non sa se un vestito rosso attillato le piacerebbe più di quello blu classico e del tutto anonimo che usa di solito quando va a teatro e sceglie sempre l’ultima fila e arriva all’ultimo minuto, appena prima che le luci si spengano e sempre d’inverno perché il cappello e la sciarpa la nascondono meglio. Non sa nemmeno se le piacerebbe mangiare al ristorante o andare allo stadio o nuotare in piscina. Il possibile di una donna brutta è così ristretto da strizzare il desiderio. Perché si tratta di esistere sempre in punta di piedi, sul ciglio estremo del mondo.

Io sono brutta. Proprio brutta. Non sono storpia, per cui non faccio nemmeno pietà.

Io sono nata così. Sono un’offesa alla specie e soprattutto al mio genere.

Naturalmente ho un nome. Ma l’ho scoperto solo il primo giorno di scuola, quando la maestra ha cominciato a chiamarmi Rebecca e non ha più smesso.

Ora so che è davvero difficile morire di dolore, ma quella mattina quando sono entrata nell’aula dal soffitto altissimo, diventata all’improvviso silenziosa come una cattedrale, ho sperato con tutte le mie forze che il mio corpo sventurato, trafitto dagli sguardi di quei ventidue bambini immobili, fosse alla sua fine. Invece no.

La musica ha afferrato la mia vita. La consapevolezza tutta nuova che ci si aspettava qualcosa da me riempiva i miei giorni di sentimenti che non conoscevo e che prendevano il posto dell’attesa vuota in cui le mie energie si erano congelate. Forse potevo dimostrare che mi si poteva voler bene perché valevo e non solo per un confuso senso di protezione o di colpa.”

Liberamente tratto da: La vita accanto di Mariapia Veladiano



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