02 Apr Lettura Aprile 2019
Quando si inizia a prendere confidenza con i device digitali si finisce su un piano inclinato che tende a farti scivolare dalla parte teoricamente più comoda, quella dell’oltremondo. Si può fare qualcosa? Una volta mi è successo di parlarne con due molto più giovani di me, due che non solo stanno sui social, ma proprio ci lavorano. Sapete quelli che fanno i social per le aziende, per le istituzioni, ecc.? Quelli lì. Gli avevo offerto una cena in cambio di un po’ di chiacchiere. Volevo vedere se riuscivano a spiegarmi cose che non sapevo. Be’, avevano un sacco di cose interessanti da dire, ovviamente. Mi ha deliziato, ad esempio, sentirmi spiegare che ogni social ha per così dire una sua distanza media dalla verità delle cose. Cioè puoi scegliere quanto addosso alla verità puoi stare in quel momento. Così decidi di postare una foto su Instagram, piuttosto che scrivere due righe su Twitter. Puoi scegliere. Magari lo fai persino inconsapevolmente. Ma lo fai. Decidi a che distanza stare dalla verità. A un certo punto ci siamo anche messi ad analizzare bene la pagina Facebook del mio gommista, così, stavo cercando di capire cosa veramente gli umani vogliono ottenere facendo quella roba. Volevo guardarla nel dettaglio insieme a loro. Magari mi spiegavano. E a un certo punto, dato che non riuscivo tanto a uscirne, mentre vedevo passare foto di cervi e selfie in mezzo alla neve, mi sono un po’ spazientito e sono un po’ sbottato, credo, insomma gli ho chiesto se anche loro facevano cose del genere, e loro molto tranquilli mi hanno detto: certo. E nella colluttazione mentale che ne è seguita a un certo punto uno dei due, la lei, se ne esce con questa frase: una volta, a un concerto dei National era tutto così perfetto, che la vita non aveva bisogno di essere elaborata. E così non ho twittato niente, non ho fatto foto, non ho mandato WhatsApp. Niente di niente. Lo diceva come di una cosa molto speciale. E in quel momento sono stato a sentirla molto bene e forse ho capito una cosa che non avevo capito prima. Che quel famoso piano inclinato non è solo il piano inclinato in discesa del gesto facile, digitale, veloce e comodo. Simultaneamente è anche un piano inclinato al contrario: in salita. Cioè che quando rimbalziamo pezzi di vita nell’oltremondo, la stiamo elaborando. E se quindi imbracciamo il nostro smartphone invece di star lì semplicemente a guardare, ascoltare e toccare, non è soltanto per l’istinto dello smidollato che non sa vivere, ma anche per la ragione contraria. Cioè che la vita non è mai abbastanza e noi saremmo capaci di più. Per cui andiamo a prendercelo quel qualcosa di più. Elaborando la vita e spendendola in un oltremondo in cui, forse, lei sarà finalmente alla nostra altezza.
Liberamente tratto da The Game di Alessandro Baricco
