05 Feb Lettura Febbraio 2019
Pane, con sale e olio. È un pensiero che mi raggiunge ogni tanto, senza che speciali motivi lo chiamino. Immagino di voler mangiare pane con sale e olio senza che speciali motivi lo chiamino. Immagino di voler mangiare pane con sale e olio ma non mi si deve domandare perché. Non saprei rispondere. Il pane con sale e olio è fra l’altro ereditario come il colore dei capelli o la tisi. Da noi, laggiù, il pane con sale e olio è il penultimo dei cibi, viene subito dopo il brodo di trippa e precede soltanto i lupini o il puro niente. Questo pane con sale e olio si determina, in una casa meridionale, quando tutto è perduto: finito il denaro, finito il credito, finite le avemarie, c’è sempre qualche goccia di olio nella bottiglia, c’è sempre qualche pezzo di pane raffermo nei cassetti della cucina, ci sono sempre un pizzico di sale nel barattolo e l’affettuosa acqua del Serino nella fontana. Noi, laggiù, non neghiamo che il pane con sale e olio sia comunque una minestra; mai, fin da quando fece la sua prima apparizione su una mensa. Mai il pane con sale e olio si è inserito tra un antipasto e una pietanza. Ma per essere una minestra è una minestra: tanto è vero che lo si può desiderare freddo d’estate e caldo d’inverno. In casa mia optavamo generalmente per la neutra acqua del fiasco che non si pronunzia. Non bisogna credere al livido colore che inumidendosi e dilatandosi assumono i tozzi di pane. Occorre poi spargere con cura il sale e l’olio, o almeno, nel peggiore dei casi, immaginare di averlo fatto. Ci si siede, infine, e si mangia. In casa mia vigeva l’uso, se il pranzo o la cena era di pane con sale e olio, di non stendere la tovaglia: consideravamo in lutto la tavola più che i nostro appetito, e rispettavamo il suo dolore.
Liberamente tratto da L’oro di Napoli di Giuseppe Marotta
