12 Gen Lettura Gennaio 2018
Ma permettetemi di tornare alla domanda che realmente ci interessa, domanda che tanto amavamo porci nella stanza della servitù, quando ancora le nostre serate non venivano rovinate dalle chiacchiere di tutti coloro che erano privi della sia pur minima capacità di comprendere i risvolti della nostra professione. In altre parole la domanda: che cosa fa grande un maggiordomo? Se si considerano quelle figure che concordemente riteniamo essere dei grandi maggiordomi, come Mr Marshall ad esempio, mi sembra che l’elemento che distingue costoro da maggiordomi solo molto competenti, sia soprattutto racchiuso nel termine “dignità”. Ciò naturalmente dà per scontato che ci si ponga un’ulteriore domanda: in che cosa consiste tale “dignità”? Mr Graham sosteneva invariabilmente che la “dignità” di cui parlavamo era qualcosa di simile alla bellezza di una donna e che pertanto era inutile tentare di analizzarla. Io, d’altro canto, ero dell’idea che fare un simile parallelo significasse avvilire la “dignità” di figure come Mr Marshall. Inoltre la principale obiezione che sollevavo all’analogia suggerita da Mr Graham era l’implicazione che tale “dignità” fosse qualcosa che la persona possedeva o meno per una fortuita casualità della natura, cosicché se una persona ne fosse stata naturalmente priva, lottare per conquistarla sarebbe stato altrettanto inutile quanto il tentativo di una donna brutta di diventare bella. Ora, mentre sono disposto ad accettare l’idea che la gran parte dei maggiordomi potrebbe benissimo accorgersi di non avere la capacità di conquistarla, sono fermamente convinto che la “dignità” della quale parliamo sia una cosa che un individuo possa efficacemente lottare per raggiungere nel corso della propria carriera. Cioè nel corso di molti anni di auto addestramento e di attenta acquisizione di esperienze. A mio modo di vedere, dunque, assumere un punto di vista come quello di Mr Graham si rivelerebbe un atteggiamento alquanto disfattista sul piano della vocazione professionale.
Mio padre era il prodotto di una generazione priva di confusioni circa le qualità fondamentali legate alla nostra professione. E vorrei ribadire che pur con la parziale conoscenza della lingua inglese e la limitata cultura generale che aveva, egli non solo sapeva tutto quanto vi era da sapere circa il modo in cui si governa una casa, ma in gioventù era effettivamente riuscito ad acquisire quella “dignità” all’altezza della posizione che si occupa. Ed è pertanto cercando di raccontarvi ciò che credo avesse reso così eminente mio padre, che sono in grado di trasmettervi la mia idea di cosa sia la “dignità”.
Liberamente tratto da Quel che resta del giorno, di Kazuo Ishiguro
