Lettura Giugno 2017

Al centro, tra i viluppi di fumo nero, su una pedana, tra Rosario e Angelica che incitavano la folla, era incatenato uno strano essere alto e rinsecchito. Aveva la pelle così bianca che non doveva mai essere stato al sole. Le braccia ricadevano lunghe e dritte. Una fila di cunette puntute gli percorrevano la schiena. Il cranio, calvo e allungato, era troppo grande per le orecchie piccole e carnose. Una barba stenta, venata da striature grigie, gli scendeva come un bavaglio e si posava su un seno femminile, che cascava floscio sulle costole scavate. Aveva la fronte bassa, tonda e senza sopracciglia. Un sorriso ebete gli abitava la bocca sdentata, da cui un rivo di bava colava sulla barba. Gli occhietti scuri come onice erano impauriti. Scuoteva il testone come se volesse scacciare uno sciame di vespe. In quello sguardo Anna riconobbe l’idiozia. Le tornò in mente Ignazio, il figlio dellla donna che una veniva al podere una volta a settimana a fare le pulizie. Al poveretto, quando era nato, era mancata l’aria, ed era rimasto scemo. Si rotolava a terra sbavando, con il capo contratto su una spalla, e mangiava tutto quello che trovava, cacca compresa. Anna si chiese perché la Rossa avesse risparmiato la Picciridduna. Forse perché era mezzo uomo e mezza donna. Di sicuro non era un vero Grande. Non salverà nessuno. Nemmeno se stessa. Un sorriso amaro si formò sulle labbra della ragazzina mentre tutti, impazziti, si lanciavano sul carro cercando di toccare l’essere deforme.”

liberamente tratto da Anna di Niccolò Ammaniti



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