01 Lug Lettura Luglio 2016
A dieci anni cominciai a cantare a bassa voce. La grancassa della città bastava a coprire, ma dovevo nascondere il movimento delle labbra. Ci mettevo la mano, le dita a toccare gli zigomi, il palmo a fare da sipario. Mi piace ancora adesso cantare così, mentre guido. Per un effetto acustico che ignoro, sale alle orecchie un suono intenso e nitido. A scuola lo facevo durante le spiegazioni o a finestre aperte quando entrava il frastuono della città gremita. A molti spiace il chiasso dei motori, invece lo preferisco a quello delle voci. Salivano a piramidi di strilli per bisogno di scaraventarsi fuori dalla gola, più che per rivolgersi a qualcuno. Le voci della città gremita volevano annientarsi, ognuna pretendeva di sopprimere le altre. Preferivo motori, suonerie, campane, il gas sonoro che sprigiona da sé l’addensamento. Mano sulla bocca, intonavo il canto per le orecchie
tratto da I pesci non chiudono gli occhi di Erri De Luca
