19 Lug Lettura Luglio 2018
-In nessuna lingua esiste un termine per definire i genitori che hanno perso un figlio.
-Andrea, smettila, non mi interessa.
-Solo in sanscrito c’è una parola – continua imperterrito.
-Ti prego, lasciami in pace.
-Vilomah significa disordine, caos. Letteralmente “contro l’ordine naturale”.
-Andrea, ora basta!
-Aspetta un attimo, Daria. Non andartene, per favore. Ascolta. È come il nostro dolore. Con la morte di Giada, è il nostro ordine che si è rotto, l’ordine naturale delle cose.
La voce gli si spezza.
Mi fermo. Torno indietro. Dopo giorni di assenza, lo guardo.
-Vedi, Daria, le parole servono per mettere ordine nel mondo e diminuire la quantità di sofferenza che c’è negli esseri umani. È per questo che te ne parlo. Si interrompe.
-Ti ascolto, Andrea, continua, scusa, ora ti ascolto.
-C’è chi sostiene che il linguaggio sia nato proprio per esprimere il dolore. Finché non si trovano le parole per dirlo, finché non lo si domina, il dolore devasta. Ci vuole una parola, anche una sola, per riuscire a dare una forma a ciò che si prova.
Andrea sussulta.
Mi avvicino e gli faccio una carezza. È la prima volta che ci riesco dopo la telefonata di Paolo quel venerdì sera.
-Se mancano le parole per nominare qualcosa, vuol dire che quel qualcosa non è a fuoco, forse non esiste nemmeno. Oppure non dovrebbe esistere, come la morte di un figlio.
Liberamente tratto da L’amore che mi resta di Michela Marzano
