Lettura Marzo 2016 : L’acacia

Un albero che mi angoscia e mi procura una strana inquietudine è l’acacia. Mi impensierisce a tal punto che ne parlo sottovoce. Quasi con paura. È durissima, taciturna, scontrosa e inattaccabile dagli attrezzi.

È una donna che vive nella sua torre, difesa da lunghe spine acuminate. Una zitella altera e sottile che non vuole dare né ricevere affetto. Forse si è chiusa così a causa di antiche colpe: non dimentichiamo quella sua lontana parente che fornì le spine per la corona di Cristo. Gli uomini, che nella loro cattiveria superano le piante e gli animali della terra, usarono l’acacia per torturare la testa del giovane Nazareno. Che fu poi inchiodato a un altro tipo di legno.

Se da giovane parla poco, quando invecchia diventa secca e muta.

Ho conosciuto donne acacia e vi assicuro che sono inavvicinabili. Da ragazzo me ne piaceva una molto bella. Eh… sono belle le giovani acacie. Quella poi aveva occhi che erano punture di spillo: se fissava un palloncino era capace di farlo scoppiare. Tentai in tutti i modi di conquistarla, ma fui ferito subito e in modo serio. Sono passati ormai trent’anni da quel dolore ma… quando cambia il tempo, quella ferita mi fa ancora male. Lei continua a stare sola. E, alla sera, affila i suoi aculei ormai rinsecchiti.

È una donna perduta, che rifiuta la speranza e la pietà. Ma non si lamenta. Non disturba nessuno. Si limita a far rispettare quel suo limite invalicabile con lunghi e acuminati coltelli. Con lei, tanto è dura, si possono costruire solo pali per delimitare confini e recintare orti.

L’acacia soffre di questo suo volontario esilio. E ormai vive al di là del punto di non ritorno.

Solo il fuoco la riscatta. Solo il fuoco la può possedere. Solo a lui si concede. E in quest’ultimo estremo sacrificio riesce, per una volta, a riscaldare gli uomini.

Allora il suo tormento si esaurisce.

Liberamente tratto da Le voci del bosco di Mauro Corona



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