01 Nov Lettura Novembre 2016
Era l’estate dell’81, avevo da poco compiuto sedici anni e stavo per rischiare la vita. Eravamo in tre, neanche poi tanto amici. Sulle gradinate del Bagno Ausonia, a Trieste, ci osservava, ostentando noia, un gruppo di ragazzine. Non importa quante fossero e quanto fossero carine. Non importa se potessero essere realisticamente alla nostra portata: erano femmine di uomo, e già questo alterava del tutto i nostri comportamenti. Ridevano nei loro bikini pieni di fiori, già maledettamente adulte e consapevoli del loro potere. Dopo i primi tuffi di testa dai cinque metri, il più bravo dei miei due compari propose di salire alla piattaforma da dieci e io e l’altro fummo costretti ad accettare la sfida, come tre pavoni che fanno la ruota. Le ragazze, da sotto, si erano messe la mano a mo’ di visiera e ora ci guardavano più seriamente. Il tonfo che fa un corpo cadendo in mare da quell’altezza si guadagna l’attenzione, a prescindere dalla qualità della sua entrata in acqua. Il solario, che dava sul mare aperto, era protetto da una ringhiera verde che bisognava scavalcare per gettarsi nel vuoto. Il più bravo lo fece e fu accolto dagli urletti delle ragazze quando videro sbocciare la sua testa in mezzo alla schiuma. Anche l’altro, un po’ più alto e soprattutto più bello di me, scavalcò e si tuffò, salutato dai vezzi irresistibili, che i maschi vedono riprodotti nelle mani delle donne nei secoli dei secoli. Io invece inghiottivo saliva in silenzio sul bordo del precipizio, cercando di non abbassare lo sguardo. L’idea di scendere coi piedi verso l’alto contro quella superficie così scura e lontana mi dava il voltastomaco. Potevo ancora ritirarmi: le ragazze manco le conoscevo e i ragazzi erano due compari di passaggio. Avrei perso la faccia con persone destinate a scomparire nel lasso di qualche pomeriggio. Avrei perso la faccia ammettendo di avere troppa paura – di fatto senza perderla, perché riconoscere i limiti del proprio coraggio non scalfisce la tua dignità, anzi – ma quella era un’ammissione da grandi ed io, all’epoca, ero lontano anni luce dall’esserlo. Portai con enorme fatica la prima gamba al di là dell’ostacolo e poi anche la seconda. Da lì tornare indietro era impossibile. La ringhiera è come una barriera psicologica, è come una porta che si chiude alle tue spalle: non puoi più uscire da quella parte. Se fai l’errore di scavalcarla, ti viene concesso solo un altro errore, buttarti. Cioè intendiamoci, basterebbe dire: “No, non ce la faccio”, ma in realtà solo pochissimi sono così bravi da farlo. Quindi tocca proprio al secondo ed ultimo errore. Stetti aggrappato al ferro dietro di me per un tempo lunghissimo, senza che né i ragazzi laggiù né le ragazze accanto a me osassero dirmi una parola. Poi anche quel tempo finì e le mie povere mani, contro la loro volontà, abbandonarono la presa. Attesi l’impatto duro contro la superficie dell’acqua come una liberazione.
liberamente tratto da: Trieste sottosopra di Mauro Covacich
