08 Nov Lettura Novembre 2017
Fino al 1943, nella nottata che passava tra il primo e il due novembre, ogni casa siciliana dove c’era un picciliddro si popolava di morti a lui familiari. Non fantasmi col linzolo bianco e con lo scruscio di catene, si badi bene. Non quelli che fanno spavento, ma tali e quali a come apparivano nelle fotografie esposte in salotto: consunti, con il mezzo sorriso d’occasione stampato sulla faccia, il vestito buono stirato a regola d’arte. Non facevano nessuna differenza con i vivi. Noi nicareddri, prima di andarci a coricare, mettevamo sotto il letto un cesto di vimini – la grandezza variava a seconda dei soldi che c’erano in famiglia – che nottetempo i cari morti avrebbero riempito di dolci e di regali. Li avremmo trovati il 2 mattina, al risveglio.
Eccitati, sudatizzi, faticavamo a pigliare sonno: volevamo vederli i nostri morti, mentre con passo leggero venivano al letto, ci facevano una carezza, si calavano a pigliare il cesto. Dopo un sonno agitato ci svegliavamo all’alba per andare alla cerca. Poiché i morti avevano voglia di giocare con noi, di darci spasso, il cesto non lo rimettevano dove l’avevano trovato, ma andavano a nasconderlo accuratamente, tanto che bisognava cercarlo casa casa. Mai più riproverò il batticuore della trovatura, quando sopra un armadio o darrè una porta scoprivo il cesto stracolmo. I giocattoli erano trenini di latta, automobiline di legno, bambole di pezza, cubi di legno che formavano paesaggi. Avevo 8 anni quando nonno Giuseppe, lungamente supplicato nelle mie preghiere, mi portò dall’aldilà il mitico Meccano e per la felicità mi scoppiò qualche linea di febbre.
A un certo momento della matinata, pettinati e col vestito in ordine, andavamo con la famiglia al camposanto a salutare e a ringraziare i morti. Per noi picciliddri era una festa. Sciamavamo lungo i viottoli per incontrarci con gli amici e i compagni di scuola, ansiosi di chiederci: “Che ti portarono quest’anno i morti?”.
Insomma il 2 di novembre ricambiavamo la visita che i morti ci avevano fatto il giorno avanti: non era un rito, ma un’affettuosa consuetudine. Poi, nel 1943, con i soldati americani arrivò macari l’albero di Natale e lentamente, anno appresso anno, i morti persero la strada che li portava nelle case dove li aspettavano, felici e svegli fino allo spasimo, i figli o i figli dei figli.
Peccato. Abbiamo perduto la possibilità di toccare con mano, materialmente, quel filo che lega la nostra storia personale a quella di chi ci ha preceduto. E così siamo diventati più poveri. Montaigne ha scritto che la meditazione sulla morte è meditazione sulla libertà, perché chi ha appreso a morire, ha disimparato a servire.
Liberamente tratto da Racconti quotidiani di Andrea Camilleri
