09 Nov Lettura Novembre 2018
Era la prima sera e un bel freschetto rendeva allegra l’atmosfera nell’ora che gli operai tornano dal lavoro e le circolari passano piene come scatole d’ acciughe, e bisogna aspettare tre ore sotto le pensiline per potercisi apprendere ai predellini. Da S. Lorenzo al Verano, fino al Portonaccio c’era tutta una festa, una caciara, un cori – cori. Il Riccetto cantava a squarciagola, completamente riconciliato con la vita, tutto pieno di bei programmi per il prossimo futuro, e palpandosi in tasca la grana: la grana che è la fonte di ogni piacere e ogni soddisfazione in questo zozzo mondo. Il Caciotta gli veniva dietro, alle costole, tranquillo e beato. Se ne arrivarono al Portonaccio e si misero ad aspettare cantando con le mani in saccoccia, in mezzo al grande spiazzo sotto il cavalcavia, l’autobus di Tiburtino. Uno era appena partito e avevi voglia ad aspettarne un altro; quando quest’altro arrivò, s’era già radunata tanta gente ad aspettarlo che chi glielo faceva fare lo sforzo di prenderlo. Ne aspettarono un terzo e fu uguale. Vennero su da S. Pietro, portati da un vento un po’ fresco e un po’ tiepido, tre o quattro nuvoloni, tuonò, fece un po’ di pioggia. Il Riccetto e il Caciotta lasciarono perdere gli autobus e se ne andarono a fare una passeggiatina insieme a delle file di bersaglieri, dietro alla stazione Tiburtina, in fondo, tra magazzini, sterri e cantieri, per certi prati già tutti fradici, a vedere se c’era qualche zoccola
liberamente tratto da Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini
