06 Set Lettura Settembre 2017
La nonna ci portò una gallinella dalla campagna. Il vecchio sarto, nostro vicino, fu impressionato dalla massa di piume marrone scuro intorno al becco. Appena la vide, disse che aveva la barba di Karl Marx. Da quel momento la gallina si chiamò Grande barba. Grande barba era la beniamina del nonno e della nonna. Ce l’avevano da quando aveva due giorni, e quando la nonna fu troppo povera per poterla mantenere, non ebbe il coraggio di ucciderla per mangiarla. Ce la portò a Shanghai e ci disse di mangiarla al posto suo. Grande barba è troppo giovane per fare le uova, disse la nonna. Una gallina non vale nulla se non fa le uova. Grande barba faceva un suono, co-co, e inclinava la testa nel sentire i commenti. La sua cresta era rossa rossa, come un tizzone di carbone. Cuocila col vino, disse la nonna. Vedrai che buona. Chiedemmo alla nonna di tenere Grande barba con sé. Lei scosse il capo e disse: mangiatela, io sono allergica alla carne di pollo. Prese le sue valigie e se ne andò via, quasi di corsa. Coi suoi piccoli piedi riusciva a stento a tenere il passo sul cemento del cortile.
Allora chi ucciderà Grande barba? Io no, disse mio padre. Non ho voglia neanche di mangiarla, adesso che me l’avete fatta vedere… Papà guardava Grande barba, che inclinava la testa da una parte e dall’altra ed emetteva il suo co-co. Grande barba battè le ali in direzione di mamma. No, non io, disse, non potrei uccidere nessuno. Davvero. Mi guardarono tutti. Sapevo cosa volevano dirmi: tu sei la più coraggiosa. Dovresti farlo tu. Va bene, lo farò io, dissi. D’altronde ho cucinato piatti gustosi con piccioni, gamberi, rane. L’avrei preparata in dieci minuti. Portala in cortile, disse mamma, non farmi sentire nulla. Quella gallina valeva almeno cinque yuan al mercato. La paga di cinque giorni di una persona. Mentre prendevo Grande barba per le ali, faceva ancora co-co e si dimenava tra le mie mani. Conquistatore spaziale disse alla gallina: non piangere non è poi così tremendo, ti mandiamo da Karl Marx, così potrai misurare la tua barba con la sua. Taci, gli dissi, piuttosto vai a prendermi delle forbici. Improvvisamente Grande barba mi beccò e io lasciai la presa. Cominciò a svolazzare su e giù per la scala e, dopo aver sbattuto più volte contro il soffitto, si spiaccicò sul cemento del cortile. Rimase lì appiattita, con un’ala penzolante. Con un co-co tremolante cercò ancora di rizzarsi, ma inutilmente. Noi ci guardammo e poi guardammo Grande barba. Ha l’ala spezzata, disse Corallo. Conquistatore spaziale mi passò le forbici. Dissi: no, non posso ucciderla adesso, è ferita. Neppure io, disse Fiore in boccio. Nemmeno io, disse Conquistatore spaziale, mettendosi a piangere. Decidemmo di rimandare, finché la zampa non fosse guarita.
Liberamente tratto da Azalea rossa di Anchee Min
