Lettura Settembre 2019

L’incomodo della catena ai piedi, togliendomi di dormire, contribuiva a rovinarmi la salute. Schiller, il carceriere, voleva ch’io reclamassi e pretendeva che il medico fosse in dovere di farmela levare. Il medico invece mi rispose che era necessario ch’io mi avvezzassi ai ferri. Risposta che mi sdegnò. Una sera Oroboni ed io, entrambi patrioti affiliati alla Carboneria, stavamo davanti alla finestra delle nostre celle allo Spielberg, e ci dolevamo a vicenda d’essere affamati. Alzammo alquanto la voce e le sentinelle gridarono. Il soprintendente, che per mala ventura passava da quella parte, si credette in dovere di far chiamare Schiller e di rampognarlo fieramente, che non vigilasse meglio a tenerci in silenzio.

Qualche tempo dopo, io tornava un mattino dal passeggio: era il 7 d’agosto. La porta della cella d’Oroboni stava aperta, e dentro eravi Schiller, che non mi aveva inteso venire. Le mie guardie vogliono avanzare il passo per chiudere quella porta. Ma io le prevengo, mi vi slancio, ed eccomi nelle braccia d’Oroboni.

Schiller fu sbalordito; disse: “Der Teufel! Der Teufel!” e alzò il dito per minacciarmi. Ma gli occhi gli si empirono di lagrime, e gridò singhiozzando: “ O mio Dio, fate misericordia a questi poveri giovani e a me, e a tutti gli infelici, voi che foste tanto infelice sulla terra”.

Le due guardie piangevano pure. La sentinella del corridoio, ivi accorsa, piangeva anch’essa. Oroboni mi diceva: ”Silvio, questo è uno dei più cari giorni della mia vita!” Io non so che gli dicessi: era fuori di me dalla gioia e dalla tenerezza.

Quando Schiller ci scongiurò di separarci, e fu forza obbedirgli, Oroboni proruppe in un pianto dirottissimo, e disse:” Ci rivedremo noi mai più sulla terra?”.

E non lo rividi mai più! Alcuni mesi dopo, la sua stanza era vuota ed Oroboni giaceva in quel cimitero ch’io aveva dinanzi alla mia finestra!

Dacché ci eravamo veduti quell’istante, pareva che ci amassimo anche più dolcemente, più fortemente di prima. Pareva che ci fossimo a vicenda più necessari.

Egli era un bel giovane, di nobile aspetto, ma pallido e di misera salute. I soli occhi erano pieni di vita. Il mio affetto per lui veniva aumentato dalla pietà che la sua magrezza e il suo pallore mi ispiravano.

La stessa cosa provava egli per me. Ambi sentivamo quanto fosse verisimile che ad uno di noi toccasse di essere presto superstite dell’altro.

Liberamente tratto da Le mie prigioni di Silvio Pellico



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