Malattia come metafora

Liberamente tratto da Malattia come metafora (Cancro e Aids) di Susan Sontag 1977

La malattia è il lato notturno della vita. Tutti quelli che nascono hanno una doppia cittadinanza, nel regno dello star bene e in quello dello star male. Il mio tema non è la malattia fisica in sé, ma i modi in cui la malattia viene usata come metafora. La mia tesi è che la malattia non è una metafora e che la maniera più sana di essere malati è quella più libera da pensieri metaforici. Tuttavia è quasi impossibile prendere residenza nel regno dello star male senza essere influenzati dalle impressionanti metafore con le quali è stato tratteggiato. Penso non ci sia niente di più punitivo che attribuire a una malattia un significato, poiché tale significato è invariabilmente moralistico. Qualsiasi malattia importante che abbia cause oscure o multideterminate, cioè oscure, e terapie inefficaci trabocca tendenzialmente di significati, che si stemperano nel momento in cui se ne scopre l’eziologia. In nome della malattia, si impone il suo stesso orrore ad altre cose. Si dice che qualcosa le assomiglia intendendo dire che è brutto o disgustoso. In Francia, una facciata di pietra che casca a pezzi è ancora lépreuse.

Le malattie metaforizzate che ossessionano l’immagine collettiva conducono tutte a morti travagliate, disumanizzanti. L’attributo della mortalità, infatti, non è di per sé sufficiente a generare terrore.

Dodici anni fa, quando scoprii di essere affetta da cancro, ciò che mi irritò particolarmente fu il constatare quanto la reputazione di questa malattia aumentasse la sofferenza di quelli che ne sono colpiti. Molti pazienti con i quali parlavo durante la mia iniziale degenza in ospedale, manifestavano un senso di ripugnanza e una sorta di vergogna. Sembravano essere preda di fantasie sulla loro malattia. Nell’immaginario collettivo, il cancro veniva visto come una malattia a cui le persone sconfitte psichicamente, chiuse, represse – specialmente quelle che avevano represso collera e pulsioni sessuali – erano particolarmente inclini. La fonte di buona parte delle attuali fantasie che associano il cancro alla repressione delle passioni è Wilhelm Reich, che definiva il cancro una contrazione bioenergetica, una rinuncia alla speranza. Reich esemplificava questa sua influente teoria con il cancro di Freud che, secondo lui, era cominciato nel momento stesso in cui Freud, natura appassionata e assai infelicemente sposato, aveva ceduto alla rassegnazione.

A differenza di alcune malattie del passato, cui si era spesso ispirata la letteratura, mi sembrò che il cancro fosse la malattia di coloro che non vivono davvero nei libri, come gli eroi romantici. E così scrissi il mio libro in fretta, con il proposito di alleviare la sofferenza non necessaria. Come dice Nietzsche, per tranquillizzare l’immaginazione del malato che non abbia a soffrire più dei suoi pensieri sulla malattia che della malattia stessa. Il mio intento era soprattutto pratico. Avevo tristemente constatato più volte che le bardature metaforiche che deformano l’esperienza dell’essere malati di cancro hanno conseguenze reali. Impediscono ai malati di cercare la terapia con sufficiente tempestività. Le metafore e i miti uccidono i pazienti timorosi senza ragione nei confronti di misure efficaci come la chemioterapia e incoraggiano una fiducia infondata verso cure del tutto inutili come le diete e la psicoterapia. Mi auguravo di indurli a considerare il cancro come se fosse solo una malattia, molto seria, ma pur sempre una malattia. Non una maledizione, una punizione, un motivo di imbarazzo. E non necessariamente una condanna a morte. Malattia come metafora è un’esortazione, perché la terapia adeguata esiste, nonostante la diffusa inettitudine. Dieci anni dopo la pubblicazione del mio libro e la mia guarigione, la parola cancro è pronunciata con più libertà. Non ultima delle ragioni che inducono a trattare il cancro in modo meno fobico e comunque con minor riserbo è il fatto che ha cessato di essere la malattia più temuta. Negli ultimi anni parte del peso che gravava sul cancro è stato assunto da una malattia, l’AIDS, la cui carica di stigmatizzazione è di gran lunga maggiore. Sembra che le società abbiano bisogno di una malattia da identificare con il Male, ma che sia difficile essere ossessionati da più di una malattia alla volta.

Quasi ogni secolo è stato caratterizzato da almeno una malattia ricettacolo delle paure più profonde. La peste, che si è presentata in forma epidemica in Europa tra il ’300 e il ‘700, di cui parlano Boccaccio e Manzoni. La TBC e la Sifilide nell’800. La follia, il cancro, l’Aids nel ‘900.

Gli usi metaforici della TBC e del cancro si intersecano e si sovrappongono per gran parte della loro storia. Entrambe sono ritenute malattie della passione. La TBC, delle passioni sfrenate. Il cancro, delle passioni represse: la collera, in particolare. In entrambe sembra esserci, dunque, una deformazione dell’energia vitale. Entrambe rimandano all’idea di consunzione. Entrambe sono considerate assai più che malattie mortali. Le si identifica con la morte. Entrambe sono viste come malattie che individualizzano, che separano la persona dal proprio ambiente dandole rilievo. Misteriose malattie che, potendo colpire chiunque, scelgono ad una ad una le proprie vittime, in modo apparentemente arbitrario. È raro che una persona affetta da tifo o da colera si domandi: Perché proprio a me?” come dire: Non è giusto. Mentre questa è la tipica domanda di chi scopre di avere il cancro. Entrambe sono viste come forme di autocondanna, di autotradimento. La mente che tradisce il corpo o il corpo che tradisce i sentimenti.

Solo dopo il 1882, anno in cui si scoprì che la TBC era un’infezione batterica, le due malattie furono pensate come distinte. Di conseguenza alimentarono metafore diverse, in taluni casi contrastanti. La TBC verrà vista come malattia d’organo: i polmoni. Il cancro come malattia che può manifestarsi in qualsiasi organo ed estendersi a tutto il corpo. La TBC assumerà delle qualità attribuite ai polmoni, che sono considerati parti superiori, spiritualizzate del corpo. Hanno a che fare con il respiro, cioè lo spirito. Il cancro, invece, colpisce parti meno nobili, di cui è imbarazzante riconoscere l’esistenza. Una malattia dei polmoni è metaforicamente una malattia dell’anima. Il cancro, potendo colpire ovunque, lungi dal rivelare qualcosa di spirituale, rivela che il corpo è, sin troppo sciaguratamente, soltanto il corpo. Altre differenze. La TBC viene vista come malattia di contrasti estremi: dal candido pallore alle rosse vampe; dall’iperattività al languore. Il cancro non produce contrasti. Il pallore del malato è immutabile. La crescita del tumore è anormale, ma comunque incessante e alla lunga mortale. La TBC è ricca di sintomi visibili: deperimento, accessi di tosse, febbre, languore. I sintomi del cancro sono per lo più invisibili, sino alle ultime fasi, quando è ormai troppo tardi. La TBC veniva ritenuta un afrodisiaco. Si riteneva conferisse straordinari poteri di seduzione. Il cancro, invece, è ritenuto desessualizzante. Le metafore della TBC attengono per lo più al tempo. È una malattia che accelera la vita, le dà risalto, la spiritualizza. Metaforicamente il cancro è più una malattia spaziale: si estende, prolifera, si diffonde, invade. La TBC è spesso immaginata come malattia della miseria e delle privazioni: indumenti lisi, corpi emaciati, alimentazione inadeguata. Il cancro, invece, come malattia della classe media, associata all’opulenza e agli eccessi. La TBC è considerata relativamente indolore. Il cancro invariabilmente fonte di sofferenze tormentose. La prima, si pensa assicuri una morte serena; il secondo, una morte clamorosamente orrenda. Nella TBC ti autoconsumi, arrivi al nocciolo, al tuo vero io. Nel cancro, cellule aliene si moltiplicano e tu vieni soppiantato dal tuo non-io. La TBC era una malattia al servizio di una visione romantica del mondo. Il cancro, invece, è al servizio di una visione semplicistica, quando non paranoica. La ribellione dell’ecosfera offesa. La natura che si vendica del malvagio mondo tecnocratico. In realtà il cancro è qualcosa in più del peccato del capitalismo. Non è solo una malattia introdotta dalla rivoluzione industriale. C’era anche in Arcadia.

Per riuscire ad immaginare come sia stato possibile trasformare in maniera tanto assurda la realtà di una terribile malattia come la TBC, ci può essere d’aiuto un analogo atto deformante del XX secolo. L’oggetto di tale deformazione non è ovviamente il cancro, malattia che nessuno è riuscito a rendere fascinosa, ma la follia. Malattia repellente e tormentosa che diventa indice di sensibilità superiore e veicolo di sentimenti spirituali. Così, un gruppo di metafore e di atteggiamenti collegato un tempo alla TBC si è scisso, distribuendosi tra due malattie della nostra epoca: follia e cancro. Le caratteristiche più romantiche, come l’esacerbazione della consapevolezza fino ad un livello di parossistica illuminazione e l’eccessiva sensibilità che rende gli individui incapaci di tollerare gli orrori del mondo volgare, vengono ereditate dalla follia. Mentre i tormenti non passibili di romanticizzazione spettano di diritto al cancro. D’altronde la romanticizzazione della pazzia rispecchia clamorosamente il prestigio di cui gode oggi un certo tipo di comportamento irrazionale, dalla cui repressione si ritiene derivi il cancro.

Vediamo ora come le speculazioni del mondo antico presentavano la malattia in generale. Nell’Iliade e nell’Odissea viene vista sia come punizione sovrannaturale, che come possessione demoniaca o risultato di cause naturali. Per i greci può essere sia gratuita che meritata, nel qual caso rimanda o a una colpa personale, o a una trasgressione collettiva, o a un delitto di qualche antenato. Con l’avvento del cristianesimo, che in generale impone concezioni più moralistiche, si arriva gradatamente a una più stretta corrispondenza tra malattia e vittima. Dunque malattia come castigo particolarmente giusto e appropriato. Dall’’800 in avanti, prevale invece il concetto di malattia come espressione del carattere o meglio come manifestazione di un carattere che non può esprimersi. Malattia come ciò che parla tramite il corpo. Un linguaggio per drammatizzare il mondo mentale. Una forma di auto-espressione. Groddeck, sostenitore della teoria sulle cause emozionali della malattia, la definisce rappresentazione di un avvenimento interiore. Per cui è il malato stesso a creare la propria malattia. Non serve invocare altre cause.

Le teorie che vogliono le malattie causate da stati mentali e curabili con la forza di volontà sono sempre un segno di quanto poco si conoscono gli aspetti fisici di un morbo. Psicologizzare permette un controllo su esperienze ed eventi che di fatto sono poco o niente controllabili. L’interpretazione psicologica erode la realtà della malattia. Per quelli che vivono senza consolazioni religiose sulla morte e senza un sentimento della morte come fatto naturale, la morte è il mistero osceno, il supremo affronto, la cosa che non è possibile controllare. Si può soltanto negarla. La psicologia deriva gran parte della sua popolarità e della sua forza di convinzione dall’essere una sorta di spiritualismo sublimato: un modo laico e apparentemente scientifico di affermare il primato dello spirito sulla materia. Una malattia fisica diventa in un certo senso meno reale, nella misura in cui si può considerarla malattia mentale. Categoria che tutta l’epoca moderna ha tentato di estendere. Se la malattia viene interpretata come un evento psicologico, si incoraggia la gente a credere che ci si ammala perché lo si desidera e che ci si può curare mobilitando la propria volontà. E che cioè si può scegliere di non morire della malattia. Le teorie psicologiche della malattia sono un mezzo poderoso di gettare la colpa sul malato. Spiegare ai pazienti che sono loro stessi la causa involontaria della propria malattia significa anche convincerli che se la sono meritata.

Le concezioni punitive della malattia sono particolarmente attive per quanto concerne il cancro. Le metafore chiave delle descrizioni del cancro sono attinte dal linguaggio bellico. Si fanno “lotte” o “crociate” contro il cancro. Il cancro è la malattia “omicida”. I cancerosi sono “vittime del cancro”. Le cellule cancerose “invadono”, “colonizzano”istituendo “piccoli avamposti”. Difficilmente le “difese” del corpo sono così robuste da annientare il cancro. Le cellule cancerose possono “sferrare un nuovo attacco” contro l’organismo. Anche le cure hanno un che di militare. La radioterapia impiega raggi tossici, con cui vengono “bombardati” i pazienti. La chemioterapia, impiegando veleni, ha tutte le caratteristiche di una guerra chimica. Il trattamento “uccide” le cellule cancerose. Il cancro stesso è visto come il “nemico” contro cui la società muove “guerra”, una sorta di guerra coloniale, con analoghi enormi stanziamenti di fondi governativi. Dall’800 ad oggi, la retorica politica usa il concetto di malattia per rafforzare le polemiche contro la corruzione, per stigmatizzare situazioni che si disapprovano, come un certo lassismo morale o comportamenti sessuali devianti. Insomma malattia come segno del male, come qualcosa da punire con provvedimenti severi, per ripristinare ciò che è convenzionale e perciò stesso rassicurante. Una caratteristica che ricorre in particolar modo nelle descrizioni della pestilenza è che la malattia viene sempre da un altro luogo. Come se esistesse un rapporto tra il concetto di malattia e il concetto di ciò che è straniero, alieno. La stessa epidemia dell’AIDS funge da proiezione della paranoia politica del Primo Mondo: il virus dell’AIDS proviene dall’Africa cioè dal Terzo Mondo.

Domato il cancro, la malattia che sembra prestarsi a sollecitare paure comuni, come la paura della sovversione, di un incontrollabile inquinamento, dei continui movimenti migratori dal Terzo Mondo, di un eccessivo permissivismo di costumi, è proprio l’AIDS o peste gay come è stata definita.

D’altronde il gusto per gli scenari apocalittici riflette il bisogno di dominare la paura di ciò che è sentito come incontrollabile. La sensazione del logoramento culturale provoca il desiderio di spazzar via tutto. Nessuno desidera una pestilenza. Ma sarebbe l’occasione per ricominciare.



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