25 Ott Megalopolis di Francis Ford Coppola
Dopo un decennio e oltre di incubazione, il regista del Padrino partorisce questa opera visionaria e faraonica. Che mi sembra un calderone in cui, se si ha la pazienza di cercare, si trova di tutto un po’. Come nella bottega di un robivecchi. Ad esempio numerose immagini iconiche. Come la trasposizione della foto degli operai che consumano il loro pasto sulla trave di acciaio a svariate centinaia di metri sopra New York. O l’esecuzione di personaggi truci, che vengono appesi a testa in giù e ci ricordano uno dei periodi più bui del nostro passato. Si trovano finanche le parole di Shakespeare: siamo fatti della stessa materia dei sogni. Comprendo che un anziano signore di ottantacinque anni voglia lasciare questo mondo coltivando l’utopia di un futuro green. Senza guerre, non assoggettato alle leggi di un mercato vorace, dove la cooperazione tra esseri umani prenda il posto del dio denaro. Come impegno verso le generazioni future. Fin qui, però, nulla di nuovo. Siamo in tanti a desiderarlo. Forse non siamo capaci di esprimerlo con metafore, effetti speciali e citazioni dotte. C’è una cosa, invece, che mi ha colpito molto del film: le riflessioni del regista sul concetto di tempo. Fermare il tempo, il tempo che fugge inesorabilmente, il tempo privato, il tempo di qualità. Che rimandano alla differenza tra Kronos e Kairos, ben nota ai Greci. Dove Kronos è il tempo oggettivo, sempre uguale a se stesso, scandito dalle lancette dell’orologio. Mentre Kairos è il tempo giusto, che ci fa dire: le cose accadono quando i tempi sono maturi. È il tempo della riflessione. Interminabile, quando è faticoso e povero di eventi. Velocissimo, quando è appagante. Mi sembra un invito esplicito a coltivare Kairos.
