29 Mag Nativi digitali o nativi digitanti? Delirio 2.0 e dintorni
Distinguere i bisogni dei giovani di qualsiasi generazione dalle modalità in cui vengono espressi, che invece dipendono dal momento storico, aiuta a inquadrare meglio il seguente problema: la presenza massiccia di fenomeni come cyberbullismo, molestie, gioco d’azzardo e compravendita di droga online, che coinvolge un elevato numero di giovani e giovanissimi, è la logica conseguenza della diffusione massiccia della tecnologia o piuttosto un tentativo adolescenziale maldestro di richiamare l’attenzione del mondo adulto?
Il 9 febbraio 2016 si è celebrato il “Safer internet day” ovvero la giornata mondiale della sicurezza in rete, promossa dal Miur in collaborazione con Polizia di Stato, Università di Firenze et al. per combattere cyberbullismo, pedofilia e ricatti. Infatti da uno studio recente si evince che in Italia ogni adolescente passa almeno quattro ore al giorno online e che ogni 36 ore c’è una vittima di molestie e adescamenti (dati tratti dal Corriere della Sera del 9 / 2 /16). La stessa fonte cita l’esistenza di 4,2 milioni di siti dove comprare ecstasy a basso costo, con consegna veloce. Per questo è stato istituito il sito www.crescereconnessi.it, in cui ragazzi e genitori in difficoltà possono rivolgere domande ad esperti. In realtà, navigandoci dentro, il sito sembra più fruibile da un pubblico adulto, perché gli adolescenti, in caso di necessità, tendenzialmente cercano di risolversi i problemi da sé.
Facile allarmismo o preoccupazione fondata? Vediamo di capirci qualcosa. Il nostro obiettivo è tentare di comprendere quali ripercussioni possa avere sulla vita privata e sulle relazioni interpersonali degli adolescenti l’essere perennemente connessi, “always on”, e il muoversi sui social con sciatta e provocatoria noncuranza. Dico questo, perché da studi recenti emerge che il più delle volte gli adolescenti si mettono in situazioni rischiose col preciso proposito di farlo. Perché? Cosa stanno chiedendo al mondo adulto con quel particolare comportamento?
La premessa è che nessuno strumento sia di per sé totalmente negativo o positivo, perché dipende dall’uso che se ne fa. Anche la tecnologia, rispetto alla quale vi sono due opposte visioni: una utopica e l’altra distopica. Curiosamente, però, entrambe convinte che essa abbia il potere intrinseco di influenzare tutte le persone allo stesso modo in tutte le situazioni. Secondo la visione utopica, essa trasformerà la società in modo magnifico; secondo quella distopica, invece, sarà causa di terribili sciagure. In entrambi i casi si tratta di “determinismo tecnologico”, che è una variante del pensiero magico.
Inoltre, molti adulti partono dal presupposto che la loro infanzia sia stata più bella, più semplice e più sicura di quella contemporanea mediata dalla tecnologia. Dati alla mano, il più delle volte si tratta di un’illusione alimentata da nostalgia e paure.
Per fortuna, non tutti gli adolescenti hanno una relazione così insana con la tecnologia da configurarsi come una dipendenza. Infatti i social media svolgono anche un ruolo essenziale nella loro vita, poiché rappresentano uno spazio pubblico dove essi si incontrano e socializzano in modo informale con i propri pari. E anche se i social permettono di comunicare con chiunque, di fatto gli adolescenti “chattano” prevalentemente con persone che già conoscono, con cui hanno molto in comune e che frequentano abitualmente nella vita. Non solo, i social rappresentano anche uno dei molteplici luoghi di costruzione dell’identità, che è per definizione un processo in divenire, soprattutto nei periodi di crisi quali l’adolescenza. Infatti quel nucleo stabile e molto privato, che è l’identità psicologica, va continuamente nutrito dal riconoscimento degli altri che ci fanno da specchio. Si modella sulla base di conferme, rifiuti, influenza esercitata da chi è per noi molto significativo. Non solo, ma anche sui valori dell’ambiente e della cultura frutto delle nostre molteplici appartenenze; ricoprendo determinati ruoli; confrontando e cercando di contemperare l’immagine che abbiamo di noi stessi con quella che ci rimandano gli altri.
In questo momento storico, i giovanissimi non godono della sana possibilità di annoiarsi, perché hanno una vita fittissima di impegni che dovrebbero tenerli lontani da droga e cattive compagnie. Questo almeno è quello che sperano i genitori che lavorano tutto il giorno. Il punto è che incontrarsi di persona per il gusto di trascorrere del tempo insieme, in un contesto non strutturato come lo sono palestra oratorio doposcuola, diventa sempre più difficile. Anche a causa delle distanze e dei veti genitoriali. I social allora diventano uno spazio per comprendere il mondo oltre le pareti di casa, senza spostarsi da casa. Un tempo c’erano i cortili, la strada, il telefono…
Oscillare tra dipendenza e indipendenza, ritagliarsi un’identità non definita solo dai legami familiari, trovare il proprio posto nella società, chiacchierare, condividere informazioni, esprimersi, lottare per difendere la propria privacy dal mondo adulto sono pratiche comuni ai giovani di sempre. A differenza del passato, però, le nuove tecnologie abbattono i confini geografici. Non solo. Rispetto ai tradizionali spazi pubblici fisici, creano sicuramente nuove opportunità e conseguentemente nuove sfide. Mi riferisco alla persistenza dei contenuti online; alla loro straordinaria possibilità di diffusione; all’aumento di visibilità in termini di pubblico potenziale cui mostrare e mostrarsi.
In questo modo, viene ribaltato il concetto di pubblico – privato. Infatti, a differenza di quanto accade negli spazi pubblici fisici, sui social le interazioni sono pubbliche per definizione. Se si vuole renderle private, bisogna secretarle. La cosa curiosa è che i giovani intervistati sostengono di avere più privacy sui social che non a casa, dove si sentono spiati da genitori e fratelli.
Viviamo di squilli, mail, sms, tweet con la sgradevole sensazione di essere ostaggi della tecnologia, anziché avantaggiarcene per avere più tempo a nostra disposizione. Alcuni lo chiamano “delirio 2.0” o digital addiction o ancora “droga del terzo millennio”. Infatti sono allo studio sindromi da crisi d’astinenza, come la Fomo, che è l’acronimo di: fear of missing out, cioè la paura di essere tagliati fuori; la Nomophobia cioè la fibrillazione causata dalla perdita/dimenticanza del cellulare; la Checking habit, che è la mania di controllare continuamente se sono arrivati sms, mail, tweet ecc.
Anche la dipendenza da Internet rimanda, come le altre dipendenze, alla dialettica vuoto-riempimento, che ha soppiantato la polarità mancanza-desiderio, decisamente più sana. Possiamo leggerle tutte come patologie del vuoto: un modo per tollerare l’inquietudine che nasce dalla mancanza, che non è vuoto da riempire ma condizione del desiderio. Il troppo pieno lo rende asfittico, ottunde il pensiero, mortifica creatività e progettualità che dal desiderio prendono le mosse. Nelle dipendenze partner inumani surrogano quelli umani, preservando i soggetti dipendenti dalle perturbazioni dell’amore e offrendo loro in cambio rifugio e godimento. Coerentemente con l’attuale momento storico, segnato da una forte patologia delle relazioni interpersonali, in cui cose e persone sono omologate a beni di consumo di cui godere illimitatamente.
È facilmente intuibile come il bombardamento costante cui siamo sottoposti ci deconcentri, riduca la produttività e fiacchi il pensiero. Inoltre l’era di twitter ci rende impazienti, incapaci di progettare, perché ci abitua ad elaborare pensieri fulminei da diffondere istantaneamente, perdendo la prospettiva a lungo termine. Ne fanno le spese il pensiero riflessivo, da non confondere con la lentezza di pensiero; le sfumature e la profondità del linguaggio; il senso ultimo del silenzio, che è ciò che dà peso alle parole. D’altronde se tutte le parole fossero ponderate, i tempi di scrittura si allungherebbero a dismisura, in modo disfunzionale. Ciò comporta una semplificazione ed un impoverimento del linguaggio. Non solo. Se esso ha il compito di strutturare la mente, vi sarà un inevitabile impoverimento nell’organizzazione del pensiero. Inoltre, in assenza di un interlocutore in carne ed ossa, vanno perduti il linguaggio del corpo, gli sguardi, le pause, il non detto e per di più si allentano i freni inibitori, con recrudescenza di fenomeni di petulanza e aggressività. Un altro possibile effetto collaterale è l’incertezza del confine tra mondo digitale e quello reale. In cui tutto risulta più arduo, perché non basta premere il tasto “canc” per eliminare una persona dalla propria vita. Né si può sperare di poter sempre riavvolgere il nastro: le azioni hanno conseguenze reali. Di cui essere consapevoli.
Con Internet è nata la generazione invisibile di Pierre e Lolite. Si tratta di ragazzi di età compresa tra i dieci e i quattordici anni, che rovesciano in Internet dalle confidenze più riservate alle foto dei loro corpi seminudi, ai filmati dei loro rapporti sessuali consumati spesso nei bagni squallidi di qualche locale e ripresi con il cellulare. Che inventano un codice cifrato inaccessibile agli adulti per raccontarsi, tagliando fuori l’ingombro delle emozioni che tutt’al più esprimono virtualmente con gli emoticon. Che considerano corpo sesso bellezza look esibizionismo contare apparire soldi carriera successo i contenitori di ogni loro progetto e desiderio. In particolare i Pierrre sono giovanissimi avidi e spregiudicati, ossessionati dalla frenesia di accumulare denaro e prestigio. Le Lolite, invece, cyberbulle predatrici di ragazzi-oggetto e di sesso a pagamento in cambio di ricariche telefoniche. Questa generazione invisibile agli adulti, che attraversa tutte le classi sociali, è uguale solo a se stessa perché frutto di una trasformazione fulminea al passo coi tempi. Rabbiosa con il mondo adulto che appare ai suoi occhi sempre più opaco, in crisi, distratto, smarrito, meno credibile e autorevole di un tempo. Che desidera più di ogni altra cosa appartenere al gruppo anche a costo di annullare se stessa, pena l’isolamento e la perdita di identità. Che, schiava di sms cellulari tablet, con la musica perennemente rovesciata nelle orecchie, è caduta in una sorta di autismo, agevolata da pareti domestiche spesso disabitate, vuote di relazioni empatia comunicazioni che non siano solo virtuali. Che si è ritagliata una cornice digitale che nasconde vuoto, angoscia e smarrimento e che forse rappresenta un salvagente al quale aggrapparsi per non esserne inghiottita.
A differenza delle generazioni che l’hanno preceduta, infatti, essa si interroga sul significato della sua esistenza che appare insopportabile, perché priva di senso. La crisi della società contemporanea, attraversata da un diffuso sentimento di insicurezza e precarietà a tutti i livelli, ha trasformato il futuro-promessa in futuro-minaccia. E poiché la psiche è sana solo quando è aperta al futuro, se il futuro chiude le porte, l’energia vitale implode, le speranze e le iniziative si affievoliscono, lasciando il posto a demotivazione, noia, apatia, sentimenti depressivi. Se muore la speranza di portare a compimento il proprio progetto personale, la sofferenza non è più un pedaggio per la crescita, perché si soffre e basta. Scoprendo che ciò che avevano promesso gli adulti durante l’infanzia è falso. Il desiderio allora si blocca al presente: meglio gratificarsi oggi se il domani è senza prospettive. L’abbuffata di presente favorisce l’individualismo piuttosto che la disponibilità alle relazioni. Non per nulla in questo momento storico si avvertono i segni di una diffusa indifferenza emotiva per le conseguenze dei propri gesti e per i fatti cui si assiste.
Il fenomeno dei Neet (Not currently engaged in Employment, Education or Training),omologo europeo degli Hikikomori giapponesi, rappresenta un triste connubio tra web e ritiro sociale. Si tratta di giovani maschi, in genere primogeniti o figli unici di famiglie benestanti che, mancando di temperamento competitivo, si sono autoesclusi dalla società. Chiusi a chiave nella loro stanza, vegliano di notte e dormono di giorno. Per nutrirsi prelevano, quando tutti a casa dormono, un vassoio con del cibo depositato davanti alla loro porta. Unico collegamento col mondo è un computer, con cui vanno in Internet per comunicare con soggetti lontani. Sono anche chiamati “il milione scomparso”, perché a tanto ammonta il loro numero nel solo Giappone.
Internet: punto di incontro o campo di battaglia tra adulti e adolescenti?
Internet rispecchia e amplifica il buono e il cattivo della vita quotidiana. Può rivelarsi molto utile agli adulti per comprendere come sistemi sociali e culturali più ampi tocchino la vita dei propri figli e in che modo la influenzino. Una sorta di cavallo di Troia per impedire la radicalizzazione di miti idealizzanti o demonizzanti, frutto del salto generazionale
Gli adolescenti, rivolgendosi anche a persone sconosciute e invisibili, non tengono conto di tutte le possibili interpretazioni cui sono soggetti i loro messaggi. Così decidono di parlare ad un pubblico immaginario, usando un modello mentale di pubblico non accurato: difficilmente ricordano che molte persone leggono i loro post senza commentarli. Aiutiamoli a riflettere su questo aspetto
La tecnologia rende possibile uno spostamento rapido tra vari ambienti, dando l’illusione di essere presenti in più luoghi contemporaneamente, magari con identità diverse, per gioco o per scelta. Aiutiamoli a riflettere sul rischio di azzerare il senso del limite: spazio-temporale, di identità possibili con cui nella vita debbono necessariamente misurarsi
Un’altra importante riflessione riguarda la profonda differenza che intercorre tra costruire conoscenza e reperire informazioni. Navigare nel Web permette di accedere ad un sapere che può essere integrato, solo se si dispone di un nucleo solido di conoscenza costruita viaggiando, leggendo, guardando film, mostre, studiando, vivendo e condividendo esperienze. Diversamente rimane un sapere frammentario, a sprazzi. Come i tasselli di un puzzle messi alla rinfusa
Il concetto di privacy di un adulto è molto diverso da quello di un adolescente e questo genera grosse incomprensioni. Per un adulto significa non mettere in piazza i fatti propri, per un adolescente, depistare gli adulti. Ai quali peraltro risulta incomprensibile come si possa essere a caccia di privacy e contemporaneamente bisognosi di visibilità sui social. Per un adolescente la privacy è un qualcosa da conquistare continuamente e attivamente negli ambienti pubblici, evitando che adulti paternalistici usino la scusa della sicurezza e della protezione in rete per controllarlo. Tanto che per depistarli, si sposta su altri siti e applicazioni, usando un linguaggio in codice o inventando informazioni fittizie.
Un’altra sana riflessione da condividere con gli adolescenti riguarda il fatto che il loro profilo sui social non è un atto esclusivamente individuale ma frutto di un processo sociale: vedi commenti lasciati da altri, condivisioni fatte da terzi o in prima persona, foto postate da altri da cui si è taggati ecc.
I giovani si chiedono perché mai dovrebbero sforzarsi di minimizzare la visibilità delle loro foto o delle loro conversazioni. Ricordare loro che esiste uno spazio soggettivo inviolabile che non va spettacolarizzato è fondamentale. Così come andrebbe ricordato ai genitori che sbirciare diari, profili FB, sms ecc. è un atto poco rispettoso della privacy. Perché, anche se fatto a fin di bene, calpesta la fiducia o meglio non aiuta a costruire un rapporto di fiducia cui un figlio può far riferimento in caso di necessità
Gli adolescenti sono esseri sociali come gli adulti, ma forse non hanno la loro stessa libertà di comunicazione. Le generazioni precedenti passavano ore al telefono e nessuno si sognava di parlare di dipendenza da telefono. La retorica della dipendenza considera le nuove tecnologie diaboliche e i ragazzi costituzionalmente incapaci di resistere alle tentazioni. Questi presupposti non favoriscono l’avvio di un dialogo costruttivo
Le restrizioni di mobilità che i genitori impongono ai figli perché considerano il mondo più pericoloso, cosa per altro non confermata dai dati disponibili, dipinge la socialità come anormale e questo porta gli adolescenti a cercarla disperatamente, anche di nascosto. Ma internet, a differenza di scuola, oratorio, palestra, introduce uno spazio sconosciuto e niente più dell’incertezza alimenta la paura degli adulti. E poi, ammesso che in internet siano più facili le conversazioni inappropriate tra adolescenti e adulti, non va dimenticato che resta comunque una distanza fisica tra gli interlocutori. È improbabile che una conversazione online si sposti offline senza che l’adolescente ne sia consapevole.
Amplificare la cultura della paura, come fanno spesso i media, non aiuta gli adulti ad affrontare le dinamiche che spingono gli adolescenti verso comportamenti a rischio, quando vivono situazioni di disagio. Imparare cogliere le tracce che essi lasciano in rete, invece, li aiuterebbe a comprendere le difficoltà che stanno vivendo
In chiusura un’ultima riflessione. Nativi digitali o nativi digitanti?
Una recente ricerca dell’Università Bicocca di Milano smonta il mito della competenza informatica dei giovani che, essendo cresciuti a latte e tecnologie digitali, hanno sicuramente più destrezza di un adulto medio nell’approcciare un pc. Attenzione però: una cosa è fare informatica, altro è usarla. Un conto è possedere nozioni di alto livello per elaborare programmi complessi che non esistevano prima, altro è esserne dei semplici fruitori. Pigiare testi, sfiorare schermi, aprire finestre non presuppone necessariamente conoscenze di intelligenza artificiale, ma solo una discreta manualità. Non dimentichiamoci che sono stati quelli della generazione precedente a scrivere i software che i nostri giovani usano con tanta disinvoltura. Con buona pace di quei genitori che, rimirando i propri figli digitanti come novelli Einstein, sospirano rassegnati all’idea di non poterli eguagliare in tanta bravura.
BIBLIOGRAFIA:
L’ospite inquietante di U. Galimberti (2007)
La morte del prossimo di L. Zoja (2009)
Ho 12 anni faccio la cubista e mi chiamano principessa di M. Lombardo Pijola (2007)
It’s complicated di Danah Boyd (2014)
Digital stress da L’Espresso n.43 del 23 agosto 2013
I nuovi adolescenti di Pietropolli Charmet (2000)
Togliamo il disturbo di Paola Mastrocola (2011)
