Past lives di Céline Song

Mi pongo una domanda metafisica: quante vite diverse potremmo vivere nell’unica vita che abbiamo a disposizione? Penso alle sliding doors di ciascuno, che possono chiudersi una frazione di secondo dopo, cambiandoci la vita: perdo una coincidenza e mi salvo da un disastro; incontro una persona speciale, che altrimenti non avrei mai conosciuto. Che dire poi quando una guerra irrompe prepotentemente, creando una cesura netta col passato? Non cercata, non voluta. Accade in Suite francese di Irène Némirovsky, dove una giovane donna sposata con un uomo che non ama particolarmente, che è al fronte e di cui non si hanno più notizie, si innamora perdutamente di un ufficiale tedesco, di stanza a casa sua, musicista colto e raffinato come lei.

Da un punto di vista puramente statistico potremmo intrecciare una serie infinita di relazioni sentimentali con persone che ci piacciono. Siamo talmente tanti sulla faccia della terra… Quello che ci tiene uniti alla persona con cui viviamo è ciò che abbiamo costruito insieme nel tempo. E che non esisteva all’inizio.

Veniamo al film, Past lives, che mi ha scatenato queste ed altre riflessioni. La giovane regista coreana, Céline Song, utilizza con maestria il linguaggio del corpo, l’intensità degli sguardi, dei silenzi, dei sorrisi per raccontare la storia delicata e coinvolgente di un amore impossibile tra due preadolescenti coreani, che la vita ha separato. Lo fa, smentendo clamorosamente lo stereotipo di genere che vorrebbe il sesso femminile struggersi e quello maschile votato al pragmatismo, nelle questioni di cuore.

La vicenda è inizialmente ambientata nella Corea del Sud, dove due compagni di classe, Nora e Hae Sung, entrambi studiosi e capaci, spesso in competizione tra loro, si scoprono e si piacciono. Senza dirselo. Eppure l’intensità della loro attrazione è palpabile. Lui delicato, riservato e perdutamente innamorato. Lei coraggiosa, determinata, competitiva. I suoi genitori, entrambi artisti, decidono di trasferirsi in Canada. Cosa che Nora accetta di buon grado, per il semplice fatto che, se rimane in Corea, non potrà mai vincere il Nobel. Ha progetti ambiziosi per la sua vita. Anche per questo piace tanto ad Hae Sung. Che le riconosce un’intraprendenza che lui non possiede. Da Nora promana un fascino speciale, da cui Hae Sung rimarrà stregato per tutta la vita. La partenza di Nora lo addolora e lo offende nel contempo, per il modo distaccato in cui lei glielo comunica. D’altronde Nora, pragmaticamente, fa suo il pensiero della madre, secondo cui partire comporta di sicuro una perdita, ma introduce anche un elemento di novità. I due non si vedono e non si sentono per dodici lunghi anni. Lei lo ha quasi dimenticato. Lui no, anzi, la cerca in internet. Lei si incuriosisce, lo rintraccia e si fa carina per la video chiamata. Rivedersi, seppur virtualmente, li emoziona, lasciandoli senza parole. Rivivono l’attrazione di un tempo. Anche se quel tempo è stato ingoiato da un buco nero. Le loro vite hanno preso strade diverse: lei è diventata scrittrice a New York, lui ingegnere a Seul. Che futuro potrebbe avere una storia mai davvero iniziata e per giunta con l’oceano di mezzo? Quando Nora realizza ciò, decide, suo malgrado, di interrompere le chiamate. Trascorrono altri dodici anni, che li allontanano ulteriormente. Lei nel frattempo si sposa, lui si fidanza. Eppure Hae Sung, speranzoso, vuole andare a New York per rivedere l’amica di un tempo. Si incontrano, fanno del turismo insieme, mantenendo una composta e rispettosa distanza, anche se i loro corpi vorrebbero tutt’altro. Quando si salutano, sanno entrambi che sarà per l’ultima volta. Ed è allora che Nora scoppia in un pianto dirotto tra le braccia del marito, uomo comprensivo e affascinato da questa storia da film. Per riacquistare un po’ di serenità e riprendere la sua vita attuale, anche se non è esattamente quella che fantasticava da piccola, a Nora non rimane che troncare di netto col passato. Scordarsi della bambina che è stata e che tragicamente continua a sopravvivere in lei. Pur non potendo fare a meno di chiedersi che ne sarebbe stato se le sue sliding doors si fossero chiuse un po’ più tardi.



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