Piano nobile di Simonetta Agnello Hornby

E me lo vedo tutto intero il padre nostro, quello che sta in terra, il padre che mi aveva ordinato, il figlio cadetto, di occuparmi dei restauri di palazzo Sorci, a due passi dai Quattro Canti e dalla Cattedrale. Che cosa poteva fare un ragazzo di diciassette anni? Chissà che pensava mio padre, ma qualcosa pensava, e dal suo punto di vista pensava bene. Avanzava nel salone riccamente arredato con il passo sicuro del patriarca – dalle vetrate entrava la luce dorata del tardo pomeriggio -, avanzava e io leggevo nei suoi gesti il mio imminente destino.

Teneva un sigaro spento tra indice e medio, di tanto in tanto lo portava alle labbra ma senza mai accenderlo. Aveva occhi di carbone e sopracciglia cespugliose come neri rettili araldici. C’erano altre figure nella sala, certamente l’avvocato Tricase, nico nico, con un vestito marrone in cui sembrava svanire. Mio padre annunciò che era tempo di pensare al futuro della famiglia. L’erede era Nicola, Nicola era il maggiore, si sarebbe preso quel che gli spettava, e avrebbe dovuto sposarsi presto. Era stata scelta per lui Mariastella Tripputi, erede della Zirritta, una fiorente miniera di zolfo e dei terreni circostanti, oltre che di tante altre terre ed ex feudi comprati all’asta dei beni della Chiesa e del regno Borbone e confiscati dai Savoia nel 1866

Liberamente tratto da Piano nobile di Simonetta Agnello Hornby



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