Le nuove dipendenze: pieno/vuoto o mancanza/desiderio?

Qualche tempo fa ho partecipato ad un convegno intitolato: “La dipendenza. Percorsi di decifrazione del contemporaneo”, tenutosi a Romano di Lombardia, per celebrare i venticinque anni della fondazione della Cooperativa sociale Gasparina.

Sono intervenuti Massimo Recalcati, psicoterapeuta lacaniano, Stefano Chicchi, sociologo, Giacomo Invernizzi, direttore di Comunità, Laura Tidone, responsabile del Dipartimento delle Dipendenze dell’ASL di Bergamo.

Recalcati definisce la dipendenza un’esperienza post moderna di schiavitù. Concorda pienamente con Bion nel considerare il soggetto dipendente come colui che non sa aspettare, che non sa rimandare il soddisfacimento del godimento. Ritiene che oggi, a causa di un diffuso quanto radicato fraintendimento, la mancanza sia vissuta come un vuoto da riempire. Con dei pesanti strascichi. Perché, se la mancanza è la condizione del desiderio, il troppo pieno lo rende asfittico, ottunde il pensiero, mortifica creatività e progettualità che dal desiderio prendono le mosse. Se alla dialettica mancanza-desiderio si sostituisce quella di vuoto-riempimento, possiamo leggere le dipendenze come patologie del vuoto. Assumere droga, mangiare a dismisura ecc. diventano modi per tollerare l’inquietudine che nasce dalla mancanza. Nelle dipendenze, partner inumani come bottiglia, droga, cibo, computer, immagine del corpo sostituiscono quelli umani, preservando i soggetti dipendenti dalle perturbazioni dell’amore. Essi offrono due certezze: rifugio e godimento. Sembra che davanti alle alternative: avventura senza rete dell’amore o sicurezza dell’oggetto, il paradigma post moderno abbia scelto la seconda. Una specie di dichiarazione di indipendenza dall’altro, proclamata da individui chiusi in se stessi, che per godere non passano attraverso il desiderio dell’altro, essendo incapaci di rappresentarlo mentalmente, ma usano il cortocircuito della dipendenza.

Ricorda Recalcati che quando ai giovani si fa prevenzione alle dipendenze, in genere li si istruisce mettendoli in guardia dai pericoli cui possono andare incontro. Oppure si fa leva sulla forza di volontà. Egli è convinto che la via della ragione da sola non basti, perché la vita umana non tende naturalmente al bene ma è attratta dal male. L’unica strada che vede percorribile è quella di aiutare i giovani a ritrovare il proprio desiderio, trasformando la passione per il farsi male nella passione del desiderio. Agli adulti l’arduo compito di rappresentare ai loro occhi la passione incarnata del desiderio.

Chicchi sottolinea come la dipendenza, lungi dall’essere solo un problema clinico, caratterizzi il contemporaneo. Assistiamo ad esempio alla medicalizzazione della vita, cioè all’uso di alcuni farmaci, come gli psicofarmaci, di cui si incoraggia la diffusione, che curano i sintomi creando dipendenza. Gli esseri umani sono dipendenti da molte cose, di cui alcune anche buone, come le relazioni che aiutano a crescere. La dipendenza diventa negativa quando non è più articolabile, quando non presenta fessure. Egli ritiene che per comprenderla, non sia possibile prescindere dalla radicale trasformazione che sta attraversando la realtà sociale contemporanea. Rifacendosi a Bauman e a Foucault, spiega come a livello sociale la dipendenza sia imputabile in prima istanza al modo in cui si costruisce il valore, sia morale che economico. Un tempo gli individui avevano un percorso di vita istituzionalmente più definito, che prevedeva la scuola, un lavoro sicuro, il matrimonio. Come dire, la sicurezza a spese della libertà. Oggi, al contrario, i percorsi di vita sono molto più fluidi ed anche molto più sulle spalle degli individui. Dunque l’odierna antinomia è: libertà vs sicurezza. Meglio abbuffarsi di presente se il futuro è incerto. Il valore è attribuito all’eccesso e il principio cardine del soggetto post moderno sembra essere: ci sono, se ho di che godere. Tutto questo è anche riconducibile alla perdita di autorità simbolica della figura paterna. Se un tempo era richiesto un sacrificio di pulsione, oggi è richiesto un sacrificio di legame, pena la svalutazione sociale del soggetto. La relazione sparisce perché l’individuo è assorbito dal bisogno della sostanza. Ed anche alla parola tocca la stessa sorte. La sostanza sembra introdurre un tempo lineare, che si ripete uguale a se stesso, fisso sull’orizzonte. Una sorta di ancoraggio. La sostanza crea un’insegna. Riconosco altri che ne fanno uso, mi riconosco in loro. Questo mi procura un’identità e un surrogato di relazione. Appartengo a una tribù che mi consente una pseudosocialità. Ricorda Chicchi che negli anni settanta la droga, come forma di trasgressione, testimoniava l’estraneità al mondo “normale”. Oggi invece la vita della dipendenza accompagna carriere professionali normali. Come se la vita potesse essere tagliata a fette, impermeabili l’una all’altra. Sono cocainomane, lavoratore, sportivo, padre di famiglia, marito, figlio ecc.. E la frantumazione a volte regge, cronicizzandosi, altre volte esplode.

Giacomo Invernizzi si chiede provocatoriamente se anche le comunità terapeutiche non siano affette da dipendenza, visto che spesso privilegiano interventi individuali a quelli sociali. Che si propongono come realtà sociali diverse da quelle da cui provengono i loro ospiti. Che sono organizzazioni sempre più cliniche e sempre meno radicate nel territorio. Che nutrono una gran paura della ferita che può procurare il contatto con il mondo esterno. Inoltre ricorda che chiunque porti un disagio rimane comunque competente di sé. Quindi auspica che ad un tavolo di discussione siano presenti non solo medici e forze di polizia, ma anche operatori, ospiti e relative famiglie.

Con Laura Tidone si fa decisamente un tuffo nel passato, perché le preme sottolineare la differenza tra consumo e dipendenza. Chi beve consuma, mentre l’alcolista soffre di dipendenza. L’alcolista è un malato e come tale va curato. Non bastano l’accoglienza e l’ascolto. Considera la sbornia del sabato sera una via di mezzo tra consumo e dipendenza.



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