Prima danza e poi pensa di James Marsh

Questa affermazione, titolo dell’omonimo film, è il distillato di una vita. Quella di Samuel Beckett, poeta e drammaturgo di Dublino. Che è stato un personaggio scomodo per il dirompente cinismo delle sue riflessioni sul non senso della vita. Mi è capitato di leggere alcune recensioni dopo aver visto il film. E mi ha colpito che siano tutte più o meno concordi nell’affermare che il regista ritragga un Beckett insipido. Personalmente dissento. Credo che l’intento di Marsh non sia quello di sacralizzare un gigante della letteratura del Novecento. A quello ha già provveduto la Storia. Quanto piuttosto di occuparsi dell’uomo, tratteggiandone demoni e ombre. Perché è da lì che ha tratto la sua ispirazione artistica. Forse siamo noi che fatichiamo ad accettarne l’umanità controversa.

Così il regista immagina di calarsi negli abissi dell’animo di Beckett, rappresentandoli metaforicamente con una caverna, proprio durante la cerimonia del conferimento del Nobel per la Letteratura. Che Beckett vive come una catastrofe, cui porre rimedio devolvendo il compenso alle persone che ritiene di aver fatto soffrire. E l’elenco è lungo, dal suo punto di vista. Per questo Marsh gli organizza, post mortem, un faticoso contraddittorio con la coscienza, costringendolo a imbattersi nei grumi e nei miasmi del passato. Che hanno rischiato di travolgerlo e con cui non si è mai pacificato del tutto. L’intento è dargli un’ultima possibilità di guardarli in faccia, per distinguere ciò di cui è davvero responsabile da ciò che attiene ad altri. Perché, se da un lato Beckett ha fatto suo il monito del padre, che in punto di morte gli ha ripetuto di non smettere di lottare; dall’altro, non si è mai legittimato a farlo fino in fondo, tormentato dai sensi di colpa sempre in agguato. Le modalità sprezzanti e svalutanti di una madre che lo considerava una sua proprietà e vedeva ogni suo tentativo di emancipazione come un affronto personale; da cui ha dovuto fuggire per sopravvivere, devono avergli lasciato un segno indelebile. Questo giustificherebbe la fatica che ha accompagnato ogni sua decisione. Anche se agli occhi del mondo appariva un decisionista spietato. Come il fatto di essersi sottratto al fidanzamento ricattatorio con la figlia psichicamente fragile di Joice, di cui era traduttore oltre che amico. Di aver coinvolto il suo grande amico Alfie nella Residenza francese contro l’occupazione nazista. O di aver tradito sua moglie, che non amava davvero e da cui si è fatto scegliere, pur riconoscendole una funzione imprescindibile di sponda.



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