Progetto “Sicomoro”

Qualche giorno fa, leggendo il quotidiano, ho appreso che dal 2010 il carcere di Opera ha aderito al progetto pilota “Sicomoro”. Si tratta di un ciclo di incontri dal nome evocativo – il Sicomoro è l’albero biblico simbolo della rinascita dalla distruzione – che avviene in carcere, tra familiari di vittime e un egual numero di detenuti che si sono macchiati di gravi reati: dall’omicidio al narcotraffico. Una ventina di persone in tutto, che provano a raccontarsi la propria storia guardandosi negli occhi. Lo scopo è duplice: che i familiari arrivino a perdonare, per non restare intrappolati a vita nel rapporto asfittico vittima – carnefice e i detenuti a pentirsi. Buonismo decotto? No, per il semplice fatto che perdonare e pentirsi sono tutt’altro che moti interiori automatici o doverosi, come sembra suggerire la morale cristiana. In quanto implicano un percorso interiore di crescita: non si può perdonare se prima non si è metabolizzata la rabbia che spesso veste i panni dell’odio, avvelenando i pozzi dell’esistenza. Dico questo con buona pace di quei giornalisti d’assalto che, a crimine avvenuto, si precipitano a intervistare i parenti delle vittime, per la curiosità morbosa di sapere se sono disposti a perdonare. Riguardo al pentimento, invece, credo che una società che ami definirsi civile, debba concedere una seconda chance a chi ha sbagliato. Infliggendogli una pena commisurata, affiancata da un percorso riabilitativo orientato al riconoscimento e all’assunzione di responsabilità per il reato commesso.

Un’ultima considerazione. Un conto è parlare di criminali e assassini, in quanto categoria astratta. Altra cosa è averli davanti agli occhi. In carne ed ossa. Con una storia ed un’umanità seppure lacere. Che però acquistano profondità e spessore, se riusciamo a incontrarli come persone.

Buona fortuna, Sicomoro!



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